Appello alla formazione sui documenti autentici del Concilio

Nella mentalità comune la riforma della liturgia è fondamentalmente intesa come abbandono del latino e celebrazione «verso il popolo». In questi due elementi, certamente i più impattanti sulla massa delle comunità cristiane, si è vista l’essenza quasi della «nuova liturgia» del Vaticano II. Ora, certamente, questi due elementi sono importanti e fortemente caratterizzanti, tuttavia non al punto da escludere la prassi precedente. La non accettazione assoluta delle lingue parlate e dell’orientamento «verso il popolo» è ugualmente illegittima come l’esclusione assoluta del latino e dell’orientamento «ad Deum». È abusivo sia il non riconoscere le conquiste pastorali della riforma che portano la liturgia al popolo, sia l’assurda e indiscriminata eliminazione della lingua latina e del canto gregoriano. La Chiesa nei suoi documenti ha sempre offerto il giusto equilibrio, che purtroppo è mancato ogni volta che si è voluto imporre l’una o l’altra delle due posizioni estreme.

Coloro che attentamente e regolarmente hanno seguito con intelligenza e spirito religioso di obbedienza, senza indulgere a pregiudizi di sorta, lo sviluppo dei documenti magisteriali postconciliari, soprattutto del papa Paolo VI, hanno potuto constatare la gradualità, la prudenza e l’equilibrio dottrinale e pastorale impressi alla attuazione della riforma liturgica. Purtroppo molti, accantonato l’ascolto del Magistero del Papa, si sono acriticamente abbeverati a scuole, movimenti e comportamenti estranei al pensiero della Chiesa o comunque difformi dal modo di intendere la liturgia, proprio della Chiesa. da ciò deviazioni di ogni genere e incalcolabile perdita di tempo e di floride energie. Per questo oggi ci si trova davanti ad un nuovo, urgente appello alla formazione sui documenti autentici del Concilio e sulle edizioni tipiche dei libri liturgici riformati.

Don Enrico Finotti, La liturgia romana nella sua continuità, Sugarco Edizioni 2011

Non è pane, è Gesù. Il corretto modo di fare la comunione

di Padre Paul Cocard

Prefazione di mons. Athanasius Schneider

Ed. Fede & Cultura

La Comunione sulla lingua aiuta a mantenere la distinzione, ereditata dalla Parola di Dio e dalla Chiesa primitiva, tra il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale. Quest’ultimo deputa il prete al compito dell’Eucaristia che ne ha dunque la custodia e la responsabilità. Durante la Messa, l’Eucaristia, la sua celebrazione e la sua distribuzione gli sono affidate. San Giovanni Paolo II aveva sottolineato che il prete ha le mani consacrate per toccare l’Eucaristia.

In questo campo, la Comunione nella mano traduce di fatto una diminuzione e anche un certo rigetto della Fede cattolica nella Presenza reale. È lontano dall’essere neutro: permette al laico di mettersi allo stesso posto del prete nel suo rapporto all’Eucaristia e di smarcarsi da un forte attestato di Fede nella presenza di Cristo sotto le apparenze del pane e del vino consacrato per non riconoscervi che un segno di comunione tra tutti i membri dell’assemblea o, per lo più, un segno di una presenza puramente spirituale del Cristo.

A few words about language…

And finally allow me to say just a few words about language. Here again there are two points to consider, which between them open the possibility of a whole range of varying decisions and practice. On one hand, using the magnificent terminology of Hellenistic culture, the Roman Canon calls the action of the Mass rationabile obsequium—an action of the word, an action in which spirit and reason play their part. The Word of God wants to speak to man, wants to be understood and answered by him. That is why in Rome, in about the third century, when Greek was no longer generally understood, they made the transition from Greek, which had hitherto been used in the Eucharist, to Latin. But there is also a second point. The Church later hesitated to make use of the developing national languages of Europe in the liturgy, first of all, because for a long time they had not attained the literary level or the unity of usage that would have permitted a common celebration of the Eucharist over a wide area; but then also because she was opposed to anything that would give a national identity to this mystery, because she wanted to express in the language, too, the inclusive character that reaches out beyond the boundaries of place and time. She was able to keep on with Latin as the common liturgical language because she knew that, while it is, in the Eucharist, also a matter of comprehensibility, yet it is more than comprehensibility—that this demands a greater, more mature, and more inclusive understanding than that of mere comprehension: she knew that, here, the heart must also understand.
After what we have said, use of the vernacular is in principle justified. It would be a danger only if it were to drag the Eucharist back into the realm of national culture. It would be a danger only if we were to push our translation to the point where only what was immediately comprehensible or, even, obvious in everyday terms remained. In any such translation you would have to omit more and more, until the essential meaning disappeared. Because things are as they are, we should gratefully accept both: the normal form of Eucharist is in the vernacular, but we should not on that account forget to pray it, to love it, in the common language of the Church over the centuries, so that in this unsettled and changeable world, in which the nations are forever meeting and mingling with each other, we are still able ever and again to worship together and, in that language, to praise the living God together. Here too, we should rise above a fruitless dispute and become one in the multiplicity the Lord has given us; one in recognizing and in loving the understanding and comprehensibility but also the inclusiveness that transcends the rationality of what is immediately understood.

(Joseph Ratzinger – Theology of the Liturgy – Ignatius Press)

La Messe en latin et en grégorien

de Denis Crouan

Le concile Vatican II n’a jamais interdit ou limité l’usage du latin et du chant grégorien. La dernière édition du Missel romain rappelle d’ailleurs, en son article 41, qu'”il est nécessaire que les fidèles sachent chanter ensemble, en latin […] au moins quelques parties de l’Ordinaire de la messe […]”. C’est le minimum demandé. Aujourd’hui, des signes encourageants conduisent à penser que la Constitution Sacrosanctum Concilium devrait pouvoir enfin être totalement et fidèlement appliquée: les récents documents de la Congrégation pour le Culte divin ainsi que les enseignements du pape Benoît XVI vont dans le sens d’un mouvement en faveur de l’expression de la liturgie rénovée qui soit véritablement conforme à “l’ancienne norme des Pères”, tant pour ce qui concerne la dignité des actions rituelles que pour ce qui touche à la qualité du chant sacré. Ce désir d’une “réforme de la réforme liturgique” – selon l’expression du Cardinal Ratzinger – est encore accentué par le fait que, lors du dernier synode sur l’Eucharistie, des évêques du monde entier ont souhaité que, pour mieux exprimer l’unité et l’universalité de l’Eglise au cours des rencontres internationales, la messe soit célébrée en latin et accompagnée de chants grégoriens; ils ont en outre demandé “que les prêtres se préparent dès le séminaire, à comprendre et valoriser la messe en latin par l’utilisation de prières latines et du chant grégorien, et à ne pas abandonner la possibilité d’éduquer les fidèles dans ce sens.” (proposition 36). Le présent ouvrage va dans le sens de ces orientations en dépassant les débats stériles qui se sont élevés au cours de l’immédiat après-concile et qui ont divisé bien des fidèles. Il s’agit maintenant d’aborder en toute liberté la question du statut liturgique de la langue latine et du chant grégorien, dans une totale fidélité à l’enseignement de Vatican II.

La lingua latina

Sull’uso della lingua latina nella liturgia, si rimanda al cap. II sulla lingua sacra. In questo contesto si ricorda solo che il culto cristiano, fino alla metà del IV secolo fu in lingua greca; quindi venne tradotto in latino. Latino che assume e mantiene i tratti eleganti di una lingua letteraria e ornata, a motivo dell’uso cultico: dunque non si assiste a una “democratizzazione” della Liturgia che qualcuno vorrebbe paragonare all’ormai prevalere della lingua vernacola nelle moderne celebrazioni! Quanto alla lingua volgare nelle celebrazioni liturgiche, va rilevato che nel secolo scorso si è progressivamente dato oculato spazio alle lingue nazionali per quelle parti dei riti in cui si ritiene esse possano favorire una migliore fruizione del rito da parte dei fedeli: è il caso del Rituale Romanum latino-francese (1948), latino-tedesco (1950), latino-italiano (1953), così come la concessione fatta già dopo il Concilio di Trento per alcune terre di missione o la pratica di leggere le letture nella lingua del luogo, così come esortato dall’Istruzione della Sacra Congregazione dei Riti sulla Musica Sacra e la Sacra Liturgia del 3 settembre 1958 (nn. 14c; 16c; 96e). Se più di una ragione consiglia di mantenere (o nella nostra epoca dovremmo dire ripristinare) l’uso della lingua latina nella Liturgia della Chiesa, una saggia attenzione pastorale non disdegnerà il ricorso alla lingua vernacola laddove consentito, secondo quanto detto sopra. L’introduzione nel culto della lingua volgare, in maniera pressoché esclusiva, è il “frutto maturo” del protestantesimo.

Il Guéranger scrisse profeticamente:

Poiché la riforma liturgica ha tra i suoi fini principali l’abolizione degli atti e delle formule mistiche, ne segue necessariamente che i suoi autori debbano rivendicare l’uso della lingua volgare nel servizio divino. Questo è uno dei punti più importanti agli occhi dei settari. Il culto non è una cosa segreta, essi dicono: il popolo deve capire quello che canta. L’odio per la lingua latina è innato nel cuore di tutti i nemici di Roma. […] Riconosciamolo, è un colpo maestro del protestantesimo aver dichiarato guerra alla lingua sacra: se fosse riuscito a distruggerla, il suo trionfo avrebbe fatto un gran passo avanti. Offerta agli sguardi profani come una vergine disonorata, la liturgia, da questo momento, ha perduto il suo carattere sacro, e ben presto il popolo troverà eccessiva la pena di disturbarsi nel proprio lavoro o nei propri piaceri per andare a sentir parlare come si parla sulla pubblica piazza (P. Guéranger, Institutions Liturgiques, vol. I, Paris 1878, pp. 402-403, trad. F. Marino).

Marino Neri, Salirò all’altare di Dio. Principi di Sacra Liturgia, Fede & Cultura 2015, pp. 145-146 (riprodotte con il gentile permesso dell’Autore)

L’altare verso il popolo

È questo uno degli elementi sbandierati dai “neomodernisti” per segnare la cesura tra una “chiesa tridentina” e un “nuovo corso ecclesiale” postconciliare. Benché nessun documento né conciliare né successivo facciano obbligo di istituire nuovi altari “verso il popolo” laddove vi siano altari antichi, va detto che la questione è facilmente esauribile dal punto di vista storico lasciando parlare i fatti archeologici e letterari. Sappiamo infatti come l’attenzione del primo grande edificatore di basiliche, l’imperatore Costantino, fosse quella suggerita dalla mens liturgica del IV secolo, cioè quella di “orientare” (cioè edificare verso Oriente) la celebrazione. Questo significa che il punto di fuga verso cui si dirigeva ritualmente ogni atto di culto era l’Oriente, luogo del primo Paradiso; luogo da cui tornerà il Signore nella parusìa, simbolo stesso di Cristo secondo le ben note parole di Zaccaria: «Grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio, per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace» (Lc 1,78-79). Pertanto, le prime basiliche hanno l’altare rivolto verso la facciata principale, la quale è edificata verso Oriente (si vedano per esempio le basiliche patriarcali romane, la basilica dell’Anàstasis a Gerusalemme, ecc.). I fedeli, come mostrano molte evidenze archeologiche, non occupavano la navata centrale, bensì stipavano le ampie navate laterali, motivo per cui la basilica costantiniana tipica è a cinque navate (di cui quattro laterali), e le maggiori chiese erano addirittura a sei navate. Essi circumstant l’altare, come ricorda il Canone romano (Memento, Domine, famulorum famularumque tuarum et omnium circumstantium): e il verbo circumsto, in lingua latina, esprime “l’atto di chi sta intorno”, non già come un moderno commensale attorno al tavolo, bensì, in senso più ampio, a mo’ di corona rispetto a un vertice, che è nella fattispecie l’altare. Il circum latino corrisponde, di fatto come un calco in molti verbi e sostantivi composti, al greco perì, con la valenza certamente di “intorno”, ma anche di “presso”. Ma questa usanza di costruire edifici sacri con la facciata all’est reale comincia già a incrinarsi all’inizio del V secolo, quando Paolino di Nola, descrivendo la nuova basilica di Cimitile da lui innalzata in onore di San Felice di Nola, scrive: «La facciata della basilica, poi, non è rivolta verso oriente, come è usanza più comune, ma guarda verso la basilica di S. Felice, mio signore, rivolta verso il suo sepolcro». Si fa strada il concetto che modernamente si chiama “oriente ideale”, che tanto spazio avrà nell’edilizia sacra dall’età rinascimentale in poi: l’orientamento della chiesa non volge sempre a Oriente, bensì si simbolizza un “oriente convenzionale” che può essere come nel caso di Paolino, la tomba di un santo, un luogo di un’apparizione, o, in ultima analisi, la croce, che prenderà posto sopra l’altare coll’imporsi delle chiese coll’abside a est (e dunque con il mutamento strutturale dell’altare che si edifica attaccato alla dorsale o alla retro-tabula, un pannello ornamentale posto dietro gli altari stessi) tra il IX e il X secolo. Concludendo: la celebrazione cattolica è da sempre rivolta ad Deum, secondo modalità certamente differenti nel corso della storia, ma non contrastanti, armoniche quanto alla dottrina e alla spiritualità a esse sottese. La modalità celebrativa verso il popolo è di ascendenza squisitamente luterana: secondo lo spirito della riforma protestante, infatti, la Messa non ha carattere sacrificale, bensì è un pasto commemorativo dell’Ultima Cena del Signore. Valgano, su tutte, le inequivocabili parole di Lutero:

Lasciamo ancora sussistere gli indumenti per la messa, l’altare, le candele, finché seguiamo quest’uso o preferiamo cambiarlo. Ma se qualcuno in questo vuole procedere diversamente, lo lasciamo fare. Però nella vera messa, fra veri cristiani, l’altare non dovrebbe rimanere com’è e il sacerdote dovrebbe volgersi sempre verso il popolo, come, senza dubbio, ha fatto Cristo durante la Cena (sic). Ma aspettiamo che il tempo sia maturato per ciò (M. Lutero, Messa in volgare e ordine del servizio divino, in Scritti religiosi, a cura di V. Vinay, Torino 1986).

Ancora una volta, il mito del ritorno alle origini si fa ideologia.

Marino Neri, Salirò all’altare di Dio. Principi di Sacra Liturgia, Fede & Cultura 2015, pp. 142-145 (riprodotte con il gentile permesso dell’Autore)

Salirò all’altare di Dio

Dalla quarta di copertina:

“La materia è incandescente: perché tratta di quanto Dio ha consegnato di più prezioso agli uomini per essere adorato, ma anche perché gli uomini, certi uomini, hanno fatto della sacra Liturgia un terreno di scontro tentando di costruirla a propria immagine somiglianza. Senza polemiche, ma con chiarezza e senza fare sconti, don Marino Neri, ricercatore dell’Università degli Studi di Pavia e Segretario del Sodalizio Amicizia Sacerdotale Summorum Pontificum, conduce il lettore per mano dalla sacra fonte da cui sgorga il culto divino fino al suo tradizionale sviluppo giunto fino ai grandi pontificati di San Pio X e Pio XII, prima della riforma postconciliare. Un racconto condotto con la perizia dello studioso, la passione del cultore e, soprattutto, la devozione del sacerdote che diventa strumento di formazione e di elevazione spirituale: per chi assiste alla Messa, ma anche per chi la celebra”.

Un libro da leggere e rileggere! Si può acquistare qui.