Ómnium Sanctórum – 1 Nov 2019

Sollemnitas

Ant. ad introitum
Gaudeámus omnes in Dómino,
diem festum celebrántes
sub honóre Sanctórum ómnium,
de quorum sollemnitáte gaudent Angeli,
et colláudant Fílium Dei.

Dicitur Glória in excélsis.

Collecta
Omnípotens sempitérne Deus,
qui nos ómnium Sanctórum tuórum mérita
sub una tribuísti celebritáte venerári, quǽsumus,
ut desiderátam nobis tuæ propitiatiónis abundántiam,
multiplicátis intercessóribus, largiáris.
Per Dóminum.

Dicitur Credo.

Super oblata
Grata tibi sint, Dómine, múnera,
quæ pro cunctórum offérimus honóre Sanctórum,
et concéde,
ut, quos iam crédimus de sua immortalitáte secúros,
sentiámus de nostra salúte sollícitos.
Per Christum.

Præfatio: De gloria matris nostræ Ierusalem.

Ant. ad communionem Mt 5, 8-10
Beáti mundo corde, quóniam ipsi Deum vidébunt;
beáti pacífici, quóniam fílii Dei vocabúntur;
beáti qui persecutiónem patiúntur propter iustítiam,
quóniam ipsórum est regnum cælórum.

Post communionem
Mirábilem te, Deus,
et unum Sanctum in ómnibus Sanctis tuis adorántes,
tuam grátiam implorámus,
qua, sanctificatiónem
in tui amóris plenitúdine consummántes,
ex hac mensa peregrinántium
ad cæléstis pátriæ convívium transeámus.
Per Christum.

Adhiberi potest formula benedictionis sollemnis.

© Copyright – Libreria Editrice Vaticana

Messalino in PDF con letture in lingua italiana (da stampare su fogli A3 fronte/retro)

Missalette in PDF with readings in English (to be printed on A3 sheets, front/back)

Voltar-se para o Senhor e olhar para o Oriente

Enquanto o sacerdote se coloca na frente do altar, ele não reza em direção a uma parede, mas conjuntamente reza com todos em direção ao Senhor, tanto mais porque o que importava até agora não era formar uma comunidade, mas render culto a Deus por intermédio do sacerdote, representante dos participantes e unido a eles.
Por isto, falando da direção da oração, Santo Agostinho, bispo de Hipona, escreve: “Quando nos levantamos para orar, voltamo-nos para o Oriente (ad orientem convertimur) de onde o céu se levanta. Não que Deus só se encontre ali, ou que tenha abandonado as outras regiões da terra… mas para exortar o espírito a se voltar para uma natureza superior, ou seja, a Deus”.
Isto explica porque os fiéis, depois do sermão, se levantavam de seus assentos para a oração, que seguia, e se voltavam para o oriente. Santo Agostinho os convidada para isso freqüentemente ao terminar seus sermões, utilizando, à maneira de frase já consagrada, as palavras: “Conversi ad Dominum” (voltados para o Senhor!).
Aqui se pode evocar uma palavra de São Paulo. Consciente de que “todo o tempo que passamos no corpo é um exílio longe do Senhor. Andamos na fé e não na visão”, ele deseja estar ausente “deste corpo para ir habitar junto do Senhor” (ad Dominum) (2Cor 5,6-8).
Assim, pois, voltar-se para o Senhor e olhar para o Oriente, para a Igreja primitiva era uma única e mesma coisa.

Monsenhor Klaus Gamber, Voltados para o Senhor!
Traduzido por Luís Augusto Rodrigues Domingues

Dominica XXX “per annum” – 27 Oct 2019

Ant. ad introitum Cf. Ps 104, 3-4
Lætétur cor quæréntium Dóminum.
Quǽrite Dóminum, et confirmámini,
quǽrite fáciem eius semper.

Collecta
Omnípotens sempitérne Deus,
da nobis fídei, spei et caritátis augméntum,
et, ut mereámur ássequi quod promíttis,
fac nos amáre quod prǽcipis.
Per Dóminum.

Super oblata
Réspice, quǽsumus, Dómine,
múnera quæ tuæ offérimus maiestáti,
ut, quod nostro servítio géritur,
ad tuam glóriam pótius dirigátur.
Per Christum.

Ant. ad communionem Cf. Ps 19, 6
Lætábimur in salutári tuo,
et in nómine Dei nostri magnificábimur.

Vel: Eph 5, 2
Christus diléxit nos, et trádidit semetípsum pro nobis,
oblatiónem Deo in odórem suavitátis.

Post communionem
Perfíciant in nobis, Dómine, quǽsumus,
tua sacraménta quod cóntinent,
ut, quæ nunc spécie gérimus,
rerum veritáte capiámus.
Per Christum.

© Copyright – Libreria Editrice Vaticana

Messalino in PDF con letture in lingua italiana (da stampare su fogli A3 fronte/retro)

Missalette in PDF with readings in English (to be printed on A3 sheets, front/back)

Helmut Thielicke

„Wenn die Wesensverwandlung von Brot und Wein Tatsache sein sollte, dann dürfte man sich von den Knien nicht mehr erheben.“

(Helmut Thielicke (1908-1986), evangelischer Theologe)

“Se la trasformazione essenziale del pane e del vino dovesse essere reale, uno non dovrebbe più rialzarsi dalle ginocchia”.

(Helmut Thielicke (1908-1986), teologo protestante)

L’importanza dell’inginocchiarsi davanti al Signore

Come per la Comunione in piedi, ricevendola in mano o, compiendo un abuso, prendendola da sé, si vorrebbe dimostrare che noi siamo adulti davanti a Dio e non neonati bisognosi del latte spirituale, come scrive Pietro, che è massimamente il Sacramento eucaristico.
Oggi questo sacramento è stato banalizzato?
Banalizzare, in italiano, vuol dire privare di importanza qualcosa che è originale. Il Sacramento dell’Eucaristia – che è definito Santissimo – è ritenuto dalla Chiesa, ‘farmaco di immortalità’. Non è un cibo qualsiasi, ma un alimento, anzi un farmaco speciale, che come tale, va assunto con attenzione affinché non si trasformi in veleno. Per questo, Gesù chiede di avere l’abito di grazia per avvicinarsi. E così Paolo ha dato le controindicazioni. E la Chiesa ha posto condizioni interne ed esterne: sapere e pensare Chi si va a ricevere, essere in grazia di Dio e osservare il digiuno prescritto. Oggi il sacramento, più che banalizzato, è profanato dall’assenza di fede nella Presenza reale e dall’eliminazione dei gesti di riverenza e di onore che la Liturgia gli attribuisce, in primis l’adorazione in ginocchio.
Il mettermi in ginocchio diventa l’espressione più eloquente della creatura dinanzi al mistero presente. Il culto ha questo centro: accorgermi che Tu sei qui e ti do importanza.
Tutti dobbiamo metterci in ginocchio davanti a Gesù – specialmente nel Sacramento – davanti a Colui che si è abbassato, e proprio così ci pieghiamo davanti all’unico vero Dio che è al di sopra di tutti gli dèi.
Gli inginocchiatoi nella chiesa sono il segno che ricorda questa verità. L’occhio vuole la sua parte. Non vedendoli più in chiesa, non si pensa alla Sua Presenza da adorare.

(dall’intervento di mons. Nicola Bux al convegno del 5 ottobre 2019 in Santo Spirito in Sassia. Trascrizione integrale qui.)

Giovannino Guareschi e il latino

Il latino è una lingua precisa, essenziale. Verrà abbandonata non perché inadeguata alle nuove esigenze del progresso, ma perché gli uomini nuovi non saranno più adeguati ad essa. Quando inizierà l’era dei demagoghi, dei ciarlatani, una lingua come quella latina non potrà più servire e qualsiasi cafone potrà impunemente tenere un discorso pubblico e parlare in modo tale da non essere cacciato a calci giù dalla tribuna. E il segreto consisterà nel fatto che egli, sfruttando un frasario approssimativo, elusivo e di gradevole effetto “sonoro” potrà parlare per un’ora senza dire niente. Cosa impossibile col latino.

(Giovannino Guareschi, Chi sogna nuovi gerani?)

Sacerdozio e monachesimo benedettino

Del nostro amico e collaboratore don Sergio Paganelli, parroco di Sombreno (BG):

“Nell’attuale sbandamento e disorientamento dottrinale e pastorale, la spiritualità monastica benedettina è un esempio che può tornare a dare sostanza al ministero sacerdotale, specie nel caso del prete diocesano che vive immerso nel mondo, in un contesto difficile. L’autore di questo libro, in una lettera a un immaginario sacerdote novello, spiega come tornare a vivere l’essenziale con lo sguardo rivolto al cielo e a Dio pur nella complessa quotidianità di questo secolo”.

Disponibile qui e in libreria dal 31 ottobre 2019.

Leggi la prefazione al libro, di Aldo Maria Valli.

The Gregorian Missal

All the world knows that Americans are peculiar people when it comes to language. If it is not in English or if an English translation isn’t nearby, we tend to treat the text as if it belongs to someone on another planet. Foreign tongues boggle our minds, and rather than get busy and actually learn another language (never!) we just toss it aside.
It’s my own private theory that this tendency has long hindered the dissemination of the church’s music in the United States. The Graduale Romanum, the official songbook of the Roman Rite, is entirely in Latin.
Hand it to a typical musician and it will not penetrate their brains. It’s not the Latin in the music so much as the absence of English. Call it ignorance or bigotry if you want but it is a fact of reality. Latin chant will never go anywhere in this country until singers can feel a sense of ownership over the meaning, and that means translations.
This is why the CMAA produced The Parish Book of Chant as the new book for people. It opens up the Latin chant tradition to all English speakers.
The complementary book for the scholas — the book containing the propers of the Mass — is the Gregorian Missal published by the Solesmes Abbey in France. This book is a treasure, a glorious thing to behold. The running headers are all in English. All Latin texts are translated. And this allows the great revelation to unfold: here is the music of the Mass.

(from Sing like a Catholic by Jeffrey A. Tucker, p. 180)

Latein und Liturgie

(…) Zusammenfassend lassen sich die Überlegungen zum Stellenwert des Lateinischen im heutigen Gottesdienst auf drei Momente verteilen:

1. Tradition: Das Anerkennen der Tradition ist nicht mit Traditionalismus oder einer unreflektierten Art der Vergangenheitsbetrachtung zu verwechseln. Die Überlieferungsgemeinschaft der Kirche hat auch ein liturgisches kollektives Gedächtnis, das geschichtstheologische und ekklesiologische Implikationen trägt. Die Entwicklung der westlichen Riten erfolgte in lateinischer Sprache, die auch in der erneuerten Liturgie die Primärsprache der Liturgiebücher ist. Ein traditionsbewußter Zugang drückt ekklesiologisch die Verbundenheit mit der Kirche aller Zeiten aus und bekräftigt den in der Liturgie bestehenden Glauben, mit „Kirche“ nicht ein räumlich und zeitlich („hier und heute“) eingeschränktes Konzept zu meinen, sondern der Verstorbenen zu gedenken und in den himmlischen Lobgesang einzustimmen.

2. Einheit: Der Einheitsbegriff ist für den Römischen Ritus aus gutem Grund nicht definitiv geklärt worden, aber er ist ein Regulativ bei der Evaluation von Zweifelsfällen. Der unbedingte Gebrauch der lateinischen Sprache ist mit dem Zweiten Vatikanischen Konzil nicht als Merkmal der substantiellen Einheit erkannt worden, da sie auch bei Verwendung der Volkssprachen bestehen kann. Das heißt aber umgekehrt nicht, daß die lateinische Sprache rechtlich, systematisch und symbolisch kein zentrales Element der Einheit des Römischen Ritus ist, sofern man beipflichtet, daß Latein die Primärsprache bleibt und auch praktisch weitergeübt wird. Dies hat auch Konsequenzen für die volkssprachlichen Übersetzungen, die ihre Herkunft nicht kaschieren sollten. Die Einheit der Liturgie verwirklicht sich zudem in hierarchischen Abstufungen: Manche Teile wie die sakramentlichen Formeln und das Hochgebet werden als zentraler erachtet als andere Teile; zudem können die Bischofskonferenzen entweder außerhalb des Zentrums Eigentexte entwickeln oder Formulare rekognoszieren lassen, die der Struktur und Formulierung der römischen Liturgie entsprechen (z.B. neue Hochgebete). Außerdem gehört die Recognitio selbst zu den sichtbaren Elementen der Einheit, da hier auch formal bestätigt wird, daß römische Liturgie gefeiert wird.

3. Sakralität: Jede liturgische Sprache hat sich zu bemühen, den Gottesdienst als Bezugspunkt zu nehmen und ein Idiom zu entwickeln, das der Heiligkeit liturgischen Tuns angemessen ist. Heute zeichnet sich das Latein dadurch aus, daß es keine lebende Sprache ist, zumindest in bezug auf die Qualität als Muttersprache. Ebenso überliefert die lateinische Liturgie (zelebriert oder in volkssprachlicher Übersetzung) sperrige und im Alltag ungebräuchliche Formulierungen, fremdartige Bilder und Gedankengänge. Anstelle einer Glättung empfiehlt es sich, die Spannung auszuhalten, um auch in diesem Bereich Liturgie als Raum der religiösen Erfahrung der Alterität und Differenz wahrzunehmen. Diese Offenheit kann aber nicht bestehen, wenn im Gottesdienst der Primat der Erklärung gilt und Verständlichkeit für einen absoluten Wert gehalten wird. Die Sakralität liturgischer Sprache zeigt sich außerdem auch an der Intertextualität verschiedener liturgischer Texte zueinander und der Liturgie zur Bibel; der intermediäre Raum des Gottesdienstes ist eine eigene Wirklichkeit, die man betritt (vgl. die eindrucksvolle Formulierung im OR I: intrat in canonem). Die Sakralität liturgischer Sprache schützt daher zwei Dinge: das verbalisierte Netz liturgischer Querverweise und eine negativ-theologisch verstandene religiöse Erfahrung (Mysterium), die den Menschen ganzheitlich-existentiell („Gefühl“ im Sinne Schleiermachers) und nicht nur sprachlich-intellektuell erfaßt. Letzteres schließt Verständlichkeit generell nicht aus, sondern setzt es in Relation zum komplexen, multidimensionalen Gefüge der Liturgie und zeigt, daß Sprache nicht nur als Mittel der Kommunikation und Informationsverarbeitung anzusehen ist, sondern selbst schon an Ästhetik teilhat. Sowohl das Lateinische als Liturgiesprache als auch eine an der lateinischen Vorlage angelehnte Übersetzung oszillieren zwischen Verständlichkeit und Ästhetik. (…)

Aus Predrag Bukovec, Latein und Liturgie – Zum Systematischen Stellenwert der Lateinischen Sakralsprache, in Hans-Jürgen Feulner, Andreas Bieringer, Benjamin Leven (Hgg.) – Erbe und Erneuerung – Die Liturgiekonstitution des Zweiten Vatikanischen Konzils und ihre Folgen.