Il gregoriano e il suo statuto di “canto proprio della liturgia romana”

del M° don Gilberto Sessantini, Priore della Basilica di Santa Maria Maggiore in Bergamo (Tratto da Vox Gregoriana n° 2)

Tra le varie definizioni che cercano di determinare, ciascuna secondo diverse prospettive (1), cosa sia il canto gregoriano, quella più inerente la teologia liturgica, e di conseguenza quella che a tutti i cultori delle due materie implicate (2) dovrebbe più interessare, è la seguente: il canto gregoriano è “il canto proprio della liturgia romana”(3) . Tale definizione è esplicitata al n° 116 di Sacrosanctum Concilium, la costituzione del Vaticano II sulla liturgia. Così recita tale numero:

Ecclesia cantum gregorianum agnoscit ut liturgiae romanae proprium: qui ideo in actionibus liturgicis, ceteris paribus, principem locum obtineat.
Alia genera Musicae sacrae, praesertim vero polyphonia, in celebrandis divinis Officiis minime excluduntur, dummodo spiritui actionis liturgicae respondeant, ad normam art. 30”.

Il fatto che sia un documento conciliare ad affermare una realtà così significativa, dovrebbe, di per sé, non lasciare adito a dubbi circa la precipua rilevanza che il canto gregoriano debba assumere nella liturgia della Chiesa e il fatto che debba tenervi un “locum principem”. Tuttavia, sappiamo che le interpretazioni pratiche e “pastorali” delle normative conciliari, hanno determinato di fatto la scomparsa del gregoriano dalle celebrazioni, tanto da farlo diventare “un estraneo a casa sua” (4). Un’analisi di questo numero del documento conciliare ci permette di formulare alcune riflessioni che possono contribuire a chiarificare la portata del dettato e la volontà dei Padri conciliari sul concetto di “cantum proprium”, riservandoci in un prossimo articolo di soffermarci sull’espressione “ceteris paribus”, immediatamente successiva e normalmente interpretata come ciò che ha reso possibile la negazione del primo asserto, grazie alla sua presunta fumosa ambiguità.
Innanzitutto è bene partire dal soggetto che regge grammaticalmente tutta la prima frase, fondativa dello statuto del gregoriano: il soggetto è “Ecclesia”, la Chiesa.
È la Chiesa, infatti, che riconosce il gregoriano come il canto proprio della liturgia romana. È importante ricordare il soggetto. Questo atto di riconoscimento è un atto ecclesiale, nel senso più profondo del termine. È la Chiesa stessa che, considerando se stessa, la sua realtà, la sua storia, definisce qualcosa. È azione magisteriale, e nel più alto senso del termine visto che si tratta di una definizione conciliare. Tale azione della Chiesa, riconosciuta dalla Chiesa stessa come azione propria, azione che le appartiene, è azione che le compete naturalmente in quanto “mater et magistra” e in quanto “lumen gentium”; categorie, queste ultime, che certo si applicano alla Chiesa cattolica in ambiti ben più importanti, ma che comunque definiscono il suo ruolo di discernimento e di guida, e conseguentemente ed in definitiva, la sua potestas legislativa. È quindi la Chiesa qua talis, e non il singolo, a determinare ciò che essa è, ciò che appartiene alla Chiesa, ciò che le è proprio, ciò che la contraddistingue e, nel caso della liturgia, anche a regolarne ogni parte compreso il canto, come ricorda molto bene SC 22: “Regolare la sacra liturgia compete unicamente all’autorità della Chiesa, la quale risiede nella Sede apostolica e, a norma del diritto, nel vescovo… entro limiti determinati alle conferenze episcopali… Di conseguenza assolutamente nessun altro, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica”. E questa azione ecclesiale di discernimento e regolamentazione, nel nostro caso, riguarda il canto gregoriano. È importante ribadire che si tratta di azione ecclesiale e magisteriale, autorevole e autoritativa, perché questo dovrebbe automaticamente ridimensionare ogni velleità di superare il dettato conciliare con semplici opinioni personali, che per quanto possano essere formulate da insigni studiosi ed ecclesiastici, rimangono quello che sono: opinioni personali. Rispettabilissime, ma che certo non hanno la forza cogente ed obbligante di un dettato conciliare, a meno di mettere in discussione tutta la natura e la struttura della Chiesa…
Di che azione si tratta? “Ecclesia agnoscit”: la Chiesa riconosce, recita la traduzione ufficiale. Il verbo latino utilizzato, tuttavia, è semanticamente ben più efficace ed illuminante. Agnoscere (adgnoscere), infatti, con la sua particella prefissale ad-, dice una operazione conoscitiva operata tramite un discernimento, una scelta effettuata rispetto ad alcuni o molti elementi, dai quali viene scelto e selezionato l’oggetto riconosciuto come proprio, come appartenente a sé. Questo riconoscimento selettivo è operato grazie a elementi riconoscibili immediatamente e naturalmente dal soggetto, il quale li riscontra, li ritrova, li ammette presenti nell’oggetto. Il soggetto – la Chiesa – quindi, riscontra nel canto gregoriano degli elementi che le consentono di affermare che esso è il canto proprio della liturgia romana, il canto proprio della sua liturgia, innestando una equivalenza di fondo tra la sua liturgia e il canto che a questa liturgia corrisponde, e che, conseguentemente, diviene il “suo” canto (5). La Chiesa trova nel canto gregoriano elementi che la riconducono inequivocabilmente alla sua liturgia tanto da poter dire che liturgia e canto gregoriano sono l’uno parte indistinta dell’altra. La valenza di questo riconoscimento è data proprio dall’uso del verbo latino agnoscere. Infatti, per un “riconoscere” più vago e meno cogente sono a disposizione altri verbi latini: riconoscere nel senso di approvare e lodare avrebbe richiesto il verbo laudare o probare; nel senso di apprezzare il verbo magni facere o indicare; nel senso di distinguere cernere o discernere; nel senso di considerare, invece, il verbo più adatto sarebbe stato extimare oppure habere. C’è, inoltre, tutta un’area semantica legalistica connessa al verbo agnoscere di cui si deve tenere conto: tale verbo è utilizzato per riconoscere un figlio come legittimo, una persona come cittadino, una cosa come proprietà. Infine, la particella prefissale ad indica un movimento verso l’alto, un portare alla luce, un rendere manifesto davanti a tutti e per tutti una verità. Il riconoscimento da parte della Chiesa del gregoriano come canto proprio della liturgia romana si riveste di conseguenza di tutti questi significati e non può ricondursi o ridursi ad una pia esortazione o a una generica indicazione di massima.
Se tale è l’azione compiuta dal soggetto Ecclesia, qual è il contenuto di questa operazione di riconoscimento? Il canto gregoriano è riconosciuto come “proprio” della liturgia romana. Il concetto di proprio, sia nell’originale latino proprium che nella traduzione italiana “proprio” (6) rimanda a qualcosa di esclusivo, di appartenente a, di caratteristico e peculiare, di preciso e speciale.
Proprio, infatti, dice innanzitutto proprietà. Si dice di ciò che appartiene in modo inequivocabile a qualcuno, di ciò che è veramente suo e non d’altri, costituendone, in senso aggettivale, una caratteristica identificativa.
Proprio dice anche appropriato: la qualità peculiare, che appartiene intimamente e singolarmente all’oggetto, distinguendolo da ogni altro. Si dice di parola o locuzione che esprime con esattezza l’idea che si vuole significare: l’uso esatto, e non approssimativo. In senso figurato significa anche “ordinato” e “decoroso”, fino alla funzione avverbiale di “esattamente” e “precisamente”, come rafforzativo del concetto della parola che determina.
E se dalla semantica passiamo alla filosofia e precisamente alla logica aristotelica, il “proprio” è uno dei quattro predicabili: è ciò che inerisce l’essere pur senza definirlo, è ciò che fa riferimento all’essere anche se non lo racchiude totalmente. Nel nostro caso, il canto gregoriano, riconosciuto come proprio della liturgia della Chiesa, inerisce la Chiesa pur senza definirla. La Chiesa, infatti, è un soggetto più ampio del canto gregoriano il quale ovviamente non esaurisce tutta l’attività o l’essenza della Chiesa, ma, tuttavia, essendo “proprio” della liturgia della Chiesa, ne è un elemento costitutivo che ne permette l’individuazione come Chiesa e in quanto Chiesa. In parole semplici: chi dice gregoriano dice inequivocabilmente Chiesa. Anche se non è sempre vero il contrario: infatti, chi dice Chiesa dice gregoriano, se e solo se dell’attività della Chiesa si limita a considerarne l’aspetto musicale, essendo il gregoriano riconosciuto come proprium in relazione agli aspetti musicali della liturgia della Chiesa. E tuttavia il nesso tra Chiesa e gregoriano, per via di quel “proprium” è talmente forte che la corrispondenza, almeno nel mondo culturale occidentale, è senz’altro biunivoca (7).
Questa logica precisa e ferrea racchiusa nel dettato conciliare che definisce in modo totalmente esclusivo il gregoriano, è avvalorata dal paragrafo successivo di SC116, dove si parla di “alia genera musicae sacrae”. Si badi bene che l’originale latino, così costruito, è da tradursi con “altri generi di musica sacra” (8) e non “gli altri generi di musica sacra” come avviene nella traduzione ufficiale italiana, tanto è vero che sia la versione ufficiale tedesca sia quella inglese giustamente traducono rispettivamente “andere Arten der Kirchenmusik” e “other kinds of sacred music”, senza articolo, rendendo così ancor più evidente il distacco tra il canto gregoriano e il resto della musica ancorché identificata come “sacra”. Questo distacco, semantico e concettuale allo stesso tempo, fa sì che la definizione di “canto proprio” renda il gregoriano non un repertorio tra i tanti, ma qualcosa di diverso rispetto a tutti gli altri repertori possibili, lo rende appunto il “canto proprio della liturgia romana”. Potremmo dire IL canto della Chiesa, il canto per eccellenza e per antonomasia della Chiesa e della sua liturgia. Sarebbe, infatti, oltremodo riduttivo considerare il canto gregoriano solo come un elemento musicale dentro la liturgia. Il linguaggio sonoro, la musica per intenderci, dà corpo al gregoriano, ma il gregoriano non è solo musica, è qualcosa di più: è la forma musicale della liturgia e conseguentemente liturgia esso stesso. È liturgia nel senso più alto del termine, liturgia in canto, liturgia che si fa canto, canto che si fa liturgia; non musica dentro un contesto liturgico, ma liturgia pura e semplice che, per propria natura, nasce “con” e “per mezzo” del canto e solo di quel particolare canto che è il canto gregoriano. Proprio perché forma musicale della liturgia, come tutto ciò che riguarda la liturgia finisce per essere un’opera di fede e di arte che trascende i confini del tempo e i condizionamenti delle culture, a differenza degli altri repertori, e proprio per questo non può considerarsi un repertorio tra tanti repertori. Si tratta, cioè, di un corpus musicale che travalica i confini storici per divenire in un certo senso, metastorico. Se, infatti, il cosiddetto “fondo autentico” del gregoriano nasce tra il IV e l’VIII secolo innestandosi su materiale musicale dei primi tre secoli del cristianesimo, è pur vero che ogni celebrazione aggiunta al calendario liturgico veniva corredata di composizioni che potevano essere prese a prestito da altre celebrazioni, ma che, quando erano composte ex-novo, venivano confezionate rispettando, pur qualche volta con diseguale risultato, le caratteristiche compositive proprie del gregoriano; e questo è accaduto fino alla metà del secolo scorso (9). Un’operazione che a noi forse pare strana e tacciabile di accademismo, ma che dice la volontà di attenersi ad un modello ben preciso, ad un sound particolare, ad un “canto proprio”. Inserito nei libri liturgici ufficiali, il gregoriano non diviene più espressione musicale di un dato periodo storico, ma diviene canto della Chiesa; così come avviene, ad esempio, per tutto il materiale eucologico che, per quanto riconducibile all’intervento di un determinato autore, esso, dal momento che è confluito nel Messale, diviene liturgia della Chiesa. Si tratta, in secondo luogo, di un corpus musicale che travalica i confini culturali per divenire metaculturale. Esso ha alla base della sua evoluzione musicale-modale alcuni suoni e intervalli che appartengono a tutte le culture del Mediterraneo e del Mediterraneo e del Medio Oriente, utilizzati da queste culture quando esse vogliono far entrare nella dimensione del sacro una determinata espressione musicale (10). Qui sta la vera radice della musica sacra. Sono elementi ancestrali che toccano particolari corde di risonanze spirituali ed emotive e che ritroviamo nel nostro “subconscio” musicale e religioso; ignorare o peggio negare questa realtà significherebbe negare l’evidenza. Non si tratta, pertanto, solo di testi sacri rivestiti di una qualsivoglia struttura melodica, ma di testi resi musicalmente “sacri” per mezzo di particolari suoni ed intervalli, adoperati in modo esclusivo e capaci di evocare un mondo musicalmente “altro” da quello quotidiano. Il gregoriano appartiene a questo genere di musica; in esso e per mezzo di esso si è trovata a nascere e a costruirsi la liturgia della Chiesa.
Quanto affermato dal Vaticano II quindi, lungi dall’essere una “esaltazione romantica” (11) è la scelta preferenziale della Chiesa. Una scelta pastorale ponderata, esclusiva, univoca, che richiede adesione intelligente e costruttiva. Una scelta che, riguardo ad altre discipline artistiche come l’architettura, la pittura, la scultura, la Chiesa non ha mai fatto, proprio perché espressioni artistiche non così unite strettamente alla liturgia (come lo è il canto gregoriano) ma considerate giustamente elementi accessori e secondari e per questo passibili di essere anche legati allo scorrere del tempo e al mutamento dei gusti. Con il canto gregoriano non si tratta di gusto, personale o comunitario, ma di ciò che è costitutivo, musicalmente parlando, della preghiera liturgica della Chiesa – che nasce sempre come preghiera cantata – e di conseguenza della Chiesa stessa, come ribadito dall’adagio “lex orandi statuat lex credendi” (12). In definitiva, il gregoriano è l’unica espressione musicale che riassume in sé totalmente e al massimo grado quella caratteristica principale ed esclusiva della musica sacra espressa al n° 112 di Sacrosanctum Concilium: “la musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all’azione liturgica”.
Se questa è la condizione del canto gregoriano che la Chiesa ufficialmente gli riconosce, è chiaro che porlo alla stregua di altri tipi di repertori musicali, è un’operazione culturalmente non sostenibile ed ecclesialmente impossibile, visto che la Chiesa stessa, come mi pare di aver evidenziato, con il termine di “canto proprio” ha voluto riconoscere al gregoriano uno statuto particolare ed esclusivo, mettendo sullo stesso piano la liturgia nei suoi contenuti testuali con il loro rivestimento musicale, composto per estendere al meglio nel tempo e nello spazio proprio quel determinato contenuto e permettere così alla liturgia la sua massima efficacia possibile in ordine agli scopi che essa stessa si prefigge e per i quali essa sussiste: la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli (SC 112).

Note:
(1) Per una definizione di tipo storico-musicale del canto gregoriano potremmo dire che, in senso generale, sotto il termine canto gregoriano si colloca un corpus enorme di brani monodici, composti lungo i secoli e distribuiti in vari libri liturgici. In senso proprio, invece, il gregoriano è quel canto che nasce dalla fusione del canto romano antico con le istanze musicali proprie del mondo franco-germanico, fusione avvenuta nell’ VIII secolo e rispondente a logiche unificanti, la liturgia e il canto, ma anche la cultura e la politica. Per dare “peso politico” e autorevolezza a questa operazione liturgico-musicale si è attribuita a Gregorio Magno, papa dal 590 al 604, l’ispirazione divina delle composizioni presenti negli Antifonari e nei Graduali, come ricorda Gregorio Presul il poema liturgico, poi reso tropo dell’Introito della I domenica di Avvento, presente nei Graduali di area franca dal IX secolo: da qui il nome di canto gregoriano.
(2) Ovvero la teologia liturgica e la gregorianistica. Difficilmente i due ambiti di ricerca hanno finora svolto un cammino comune, gli uni occupandosi solo degli aspetti musicali storico-interpretativi, gli altri considerando il gregoriano solo come uno dei tanti repertori possibili con cui cantare la liturgia. Questo mio contributo vuole essere un tentativo di superamento di questo mancato dialogo. Diversa infatti era la sinergia che caratterizzava fino al Vaticano II le ricerche in ambito semiologico e quelle storico-liturgiche che andavano di pari passo.
(3) La definizione di “canto proprio” applicata al gregoriano viene usata per la prima volta nei documenti del Magistero da S. Pio X nel Motu proprio Tra le sollecitudini del 1903. In questo documento il gregoriano viene detto “canto proprio della Chiesa romana”. Un’ampia disamina della normativa canonica in ordine al canto gregoriano si può trovare nel prezioso volume di GIANNICOLA D’AMICO, Il canto gregoriano nel Magistero della Chiesa, Conservatorio di Rovigo, 2009.
(4) FULVIO RAMPI, Il canto gregoriano: un estraneo in casa sua, relazione tenuta il 19 maggio 2012 a Lecce nel primo convegno: “Colloqui sulla musica sacra. Cinquant’anni dal Concilio Vaticano II alla luce del magistero di Benedetto XVI”.
(5) Proprio per questo, il Motu proprio Tra le sollecitudini affermava che il gregoriano è “il canto proprio della Chiesa romana”, facendo l’equivalenza tra Chiesa e liturgia e tra liturgia e canto.
(6) Ma questa sottolineatura si può ravvisare anche nelle altre lingue neolatine: le traduzioni ufficiali francese e spagnola infatti hanno propre e propio. Anche la tedesca usa un termine simile: eigenen; mentre l’inglese usa la perifrasi “specially suited to the Roman liturgy”, che entra in un campo semantico diverso e più debole: “un canto particolarmente adatto alla liturgia romana”, esempio lampante di un tradurre tradendo.
(7) Ne sono prova inconfutabile le “inserzioni” di melodie gregoriane in particolari contesti (opera lirica, musica pop rock e disco…) quando si voglia richiamare immediatamente al mondo religioso e cultuale cattolico.
(8) Qui “genere” è da intendersi in senso generale e non strettamente tecnico-musicale in base a criteri formali e stilistici. Anche in questo caso la terminologia utilizzata è debitrice di Tra le sollecitudini. Sui generi musicali nella liturgia vedi JOSEPH GELINEAU, Canto e musica nel culto cristiano, LDC Torino 1963, pp. 183ss., cui fanno riferimento tutti gli studi successivi.
(9) Come prescriveva ancora l’enciclica Musicae Sacrae Disciplina (1955): per le feste introdotte di recente si dovranno comporre nuove melodie “da parte di maestri veramente competenti in modo da osservare fedelmente le leggi proprie del vero canto gregoriano e le nuove composizioni gareggino per valore e purezza con le antiche”.
(10) Cfr in particolare i lavori di JACQUES VIRET: Id., Le chant gregorien, Paris 2012, pp. 15ss; Id., Le Chant grégorien, musique de la parole sacrée, Losanna 1986; Id., La modalité grégorienne: un language pour quel message? Lyon,1987. Viret mette in evidenza non tanto le radici ebraiche del canto gregoriano, ma soprattutto quelle legate all’arte oratoria classica e soprattutto quelle comuni al sostrato più antico delle popolazioni europee e del bacino mediterraneo, legate alla tradizione orale (e conseguentemente alla memorizzazione testuale) e ad una certa musica primordiale che attraversa tutte le grandi società del passato, suggerendo anche una interpretazione della monodia gregoriana molto vicina ai modelli orientali. Si tratta di un filone della etnologia e della antropologia della musica che andrebbe profondamente indagato. Vedi anche MAURICE EMMANUEL (ed), L’Historie de la langue musicale, Tome 1, ….complètè d’un aperçu d’ethnomusicologie par Jacques Viret, Paris, Henry Laurens ed., 1981.
(11) Questa ed altre espressioni simili vennero formulate in un convegno che ben può dirsi l’apripista di una interpretazione altra del dettato conciliare e che portò di fatto al ridimensionamento del gregoriano, considerato uno tra i tanti repertori storici. Cfr. GINO STEFANI, “Friburgo: Prima settimana mondiale della nuova musica sacra”, in Rivista Liturgica, anno 1965, n°4, pp. 492-498. La visione del noto semiologo musicale Gino Stefani (1929-2019), ex gesuita, il cui pensiero antropocentrico e una semiologia della musica “funzionale ai riti” trova ne “L’espressione vocale e musicale nella liturgia”, Torino-Leumann, LDC 1967, il suo manifesto, ha condizionato non poco i dibattiti e la prassi successivi con una evoluzione al ribasso della pratica musicale italiana nella liturgia.
(12) È l’assioma coniato con tutta probabilità da Prospero di Aquitania (+ 455) e che troviamo codificato nell’Indiculus de gratia, da lui compilato sotto il pontificato di Leone Magno: “ut legem credendi lex statuat supplicandi” la cui traduzione è “affinché la legge della preghiera stabilisca la legge della fede”. Sulla storia, il senso e la portata di questo assioma teologico cfr. CESARE GIRAUDO, In unum corpus. Trattato mistagogico sull’eucaristia, San Paolo, Cinisello Balsamo 2001, pp. 22-32.

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