Conversi ad Dominum – L’orientamento nel culto

Articolo di don Enrico Finotti pubblicato su Liturgia Culmen et Fons n° 4 (dicembre 2013) – riprodotto con permesso dell’Editore.

“Conversi ad Dominum”

L’ORIENTAMENTO NEL CULTO

don Enrico Finotti

La liturgia è essenzialmente un atto di culto a Dio. Lo afferma con chiarezza sia la definizione di liturgia già proposta dall’enciclica Mediator Dei di Pio XII

La sacra Liturgia è il culto pubblico che il nostro Redentore rende al Padre, come Capo della Chiesa, ed è il culto che la società dei fedeli rende al suo Capo e, per mezzo di Lui, all’Eterno Padre: è, per dirla in breve, il culto integrale del Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè del Capo e delle sue membra.

sia la successiva definizione di liturgia ripresa dal Vaticano II (SC7)

Giustamente perciò la liturgia è considerata come l’esercizio della funzione sacerdotale di Gesù Cristo… in essa il culto pubblico integrale è esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra.

Come si può constatare, la dimensione cultuale è geneticamente costitutiva della natura stessa della liturgia. Elevare tutto il popolo ad un rapporto diretto con Dio, il più possibile libero da ogni distrazione, è l’intento e la meta dell’azione liturgica. L’orientamento dello spirito, della mente e del cuore ad Deum è quindi atteggiamento imprescindibile e condizione primaria ed essenziale per porre un atto liturgico che sia conforme alla sua natura più vera e profonda.

Col termine orientamento, dunque, si intende riferirsi a questo sguardo interiore ed esteriore a Dio, che nella tradizione liturgica, orientale e occidentale, si esprime con modalità gestuali differenti, ma concordi nell’unico obiettivo: ricercare e contemplare il volto di Dio.

Data la costituzione dell’uomo di anima e corpo, non è possibile non conformare all’orientamento interiore dello spirito la posizione, gli atteggiamenti e i gesti corporei. Infatti, pretendere di adorare con la sola anima senza coinvolgere anche il corpo è porsi in uno stato innaturale, costringendo l’anima a subire una continua frizione con le distrazioni esteriori che frenano e feriscono il moto dello spirito nell’atto di volgersi a Dio. Dunque nella celebrazione liturgica l’anima e il corpo insieme, in mutua simbiosi, devono orientarsi al Signore:

Tutto il complesso del culto che la Chiesa rende a Dio deve essere interno ed esterno. È esterno perché lo richiede la natura dell’uomo composto di anima e di corpo; perché Dio ha disposto che “conoscendoLo per mezzo delle cose visibili, siamo attratti all’amore delle cose invisibili” (cfr. Missale Romanum, Prefazio della Natività)…(Mediator Dei)

Se è vero che tutta la vita del cristiano si deve svolgere sotto lo sguardo di Dio davanti alla sua presenza e nell’obbedienza alla sua legge – e in tal senso si possa parlare dell’intera vita come ‘liturgia’, culto a Dio gradito – tuttavia, soltanto nei momenti propri del culto l’orientamento a Dio è diretto, mentre in ogni altra azione è sempre indiretto, in quanto si deve porre attenzione agli altri, alle cose, alle situazioni, al mondo. Possiamo allora rilevare che il volgersi in modo diretto ed esclusivo al Signore, lasciando ogni altra distrazione, segna il passaggio da una attività qualsiasi a quella specifica del culto, sia pubblica che individuale.

Poiché Dio è invisibile si rende necessaria la mediazione dei simboli che richiamino Lui, la sua misteriosa presenza e la sua azione salvifica. Sono i segni del sacro che si devono distinguere da tutto il complesso delle creature, che elevano certamente al Signore, ma in modo indiretto e riflesso. Non distinguere sufficientemente il sacro dal profano incrina non poco l’orientamento liturgico, anzi lo estingue in quanto lo priva del suo scopo: distogliere lo sguardo dalle creature per elevarlo al Creatore. Senza tali segni le cose del mondo diventano opache ed equivoche costituendo una distrazione dal soprannaturale, che invece i segni sacri indicano in modo diretto e immediato. In realtà è appunto il sacro autentico (ossia conforme alla vera fede) che interpreta rettamente il profano e ne svela la sua origine e finalità riconducendo ogni cosa a Colui che l’ha creata. Senza questa necessaria mediazione del ‘sacro’ – dopo il peccato originale – le creature si oscurano e il loro fascino ci distoglie con facilità dal loro Autore ed esse stesse perdono la loro identità. Infatti, come ben si esprime il Concilio Vaticano II, “La creatura senza il Creatore svanisce” (GS 36).

Ecco allora il motivo per cui l’orientamento nel culto ha sempre espresso movimenti e segni corporei ben noti con lo scopo di innalzare lo spirito al mistero divino: elevare gli occhi e le braccia al cielo, volgersi al sole nascente, verso oriente o verso Gerusalemme, guardare all’altare e alla croce, contemplare il SS. Sacramento o una sacra immagine, ecc. Senza tali gesti la liturgia perde la sua forza e la sua visibilità e non potrà più manifestare quella sua intrinseca coralità, che la configura come un atto pubblico e comune del popolo di Dio.

L’identità della liturgia

Qual è allora lo scopo della liturgia? È quello dell’adorazione. All’uomo che si prostra con umiltà davanti alla divina Maestà Dio risponde con la santificazione della sua creatura: due movimenti ascendente e discendente che non possono mai mancare e devono comporsi nel dovuto equilibrio. Nella liturgia domina l’orientamento di tutti ad Patrem e in essa il rapporto reciproco tra i fratelli non è mai diretto (faccia a faccia), ma laterale: insieme, ma rivolti al Signore con lo sguardo a Lui, nel canto della sua lode, nell’ascolto della sua parola, nell’adesione al suo Sacrificio.

Ogni altra attività invece si relaziona in modo diretto con gli altri, con le cose e le infinite vicende della vita profana, pur sempre nell’orizzonte religioso attinto dall’orazione.

Non è parte quindi della liturgia l’intera attività pastorale che si svolge nel mondo e inerisce alle mutevoli situazioni della vita. Anzi, per celebrare degnamente il culto santo, si deve uscire dalla mobilità e materialità dell’affanno quotidiano per entrare al cospetto di Dio e conversare cuore a cuore con Lui. Da questa estraneazione ne nasce una potente carica caritativa che poi trasforma il mondo. Nel contesto odierno però il ritiro sul monte per celebrare la liturgia non è compreso e si pretende di cogliere il mistero nel tumulto della vita e nel grigiore del quotidiano nei quali però il mistero è svilito e silenziato. Non è possibile non distinguere i due ambiti, come tutta la storia della salvezza testimonia: il ritiro sul monte per la liturgia è condizione indispensabile per trasformare la realtà e dare vigore ed efficacia ad ogni opera umanitaria. La confusione degli ambienti e l’inquinamento dell’azione sacra con la profana non produce alcun frutto di vita spirituale, ma semplicemente la secolarizzazione della fede e la mondanizzazione della Chiesa.

Occorre allora attraversare la soglia per accedere al santuario lasciando fuori il mondo e poi riuscire da quella soglia colmi della grazia dell’Onnipotente per trasfigurare il mondo. Quella soglia oggi è rimossa e l’adorazione è distrutta dal rumore del mondo che estingue il silenzio nel quale si ode la voce di Dio. Vi è un singolare e violento andirivieni in cui il mondo invade il recinto sacro, non per accedere a esso ma per estinguerlo e non ascoltarne più la voce. Per questo Dio stabilì fin dall’antichità le norme per la costruzione del santuario e per la degna celebrazione del culto a Lui. Il Verbo incarnato poi, nei giorni della sua vita terrena (Eb 5,7), ci diede esempio di silenzio e di ritiro per stare col Padre, oltre che di fedele osservanza delle leggi cultuali, già da Lui comandate fin dall’antica Alleanza.

Inoltre il concetto di activa participatio si deve intendere nel modo giusto, ossia disporre, attraverso i riti e le preci – per ritus et preces (SC48) – stabilite dalla Chiesa, l’intera assemblea liturgica e al suo interno i singoli fedeli, ad un profondo ed autentico orientamento interiore ed esteriore verso Dio e il suo mistero. Ogni elemento che non dovesse assecondare questo orientamento essenziale, anche se introdotto in nome della partecipazione attiva, produce l’effetto contrario: la distrazione da Dio e dal suo mistero. Un sintomo eloquente di vera partecipazione attiva nella liturgia lo si riscontra con certezza allor quando al termine della celebra zione l’assemblea rimane spontaneamente in silenzio e in atteggiamento di venerazione e devozione. Quando, invece irrompe immediatamente il movimento convulso, le chiacchiere e magari gli applausi vi è il sintomo evidente che la liturgia si è svolta nella dissipazione senza aver realizzato alcun effettivo orientamento al mistero, ossia ha fallito proprio nella sua finalità più specifica.

Un fenomeno attuale

Assistiamo nelle nostre comunità cristiane ad un fenomeno ‘globalizzante’ per il quale la celebrazione liturgica sembra essere diventata l’unica manifestazione della vita della parrocchia e in essa entra con larghezza ogni genere di attività pastorale, a tal punto che l’edificio stesso della chiesa assomiglia ad un locale multiuso dove ogni iniziativa viene accolta senza alcun discernimento.

Si intende che con questa prassi l’orientamento ad Deum nell’esercizio del culto viene alquanto compromesso se non addirittura del tutto dimenticato.

Possiamo individuare le radici di questo squilibrio in tre cause concatenate tra di loro: l’invasione della ‘pastorale’ nel rito; lo scambio e la confusione degli ambienti; l’eccessiva accentuazione sociologico-umanitaria della celebrazione stessa.

  1. L’invasione della ‘pastorale’ nel rito: tutto e di tutto nella Messa

L’inserimento nella Messa di alcuni Sacramenti e sacramentali, se fatto con competenza e misura, secondo le modalità stabilite nei libri liturgici, è conforme alla tradizione della Chiesa. È diverso però il caso di attività tipicamente pastorali che non hanno carattere cultuale-liturgico e che devono essere realizzate nei tempi e negli ambienti loro propri. Infatti, attività, pur a carattere religioso, ma attinenti alla cultura, allo spettacolo, al folclore debbono trovare spazio nei luoghi a ciò deputati.

Nella Messa quindi succede di tutto: i riti sono modulati con estrema libertà a seconda della circostanza e con un totale asservimento al tipo di assemblea volta a volta convocata, senza più un chiaro senso del sacro. Anniversari, accoglienza di ospiti, discorsi di circostanza, consegna di riconoscimenti, testimonianze, piccoli intrattenimenti con i bambini, cartelloni, applausi, giornate sociali, associazioni di vario genere, raccolta di fondi a scopo umanitario, ecc. invadono l’Ordo Missæ e ne alterano la struttura, l’equilibrio e la bellezza, infarcendolo di elementi estranei, di lungaggini noiose e di soggettivismi sterili.

Si è ormai dimenticata l’affermazione conciliare che la liturgia non è l’unica attività della Chiesa: La sacra liturgia non esaurisce tutta l’azione della Chiesa (SC 9) e anche quella che afferma l’eccellenza della liturgia su tutte le altre attività ecclesiali: Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado (SC 7).

Si rende urgente una considerazione che aiuti a mettere ogni cosa al suo posto. È necessario ristabilire i giusti confini distinguendo il momento liturgico da tutto il resto e recuperando l’identità propria della liturgia che deve mantenere la sua natura cultuale e il suo ambito sacro in modo tale che da un lato la liturgia assolva degnamente al suo scopo e dall’altro le molteplici altre attività non invadano il territorio liturgico profanando il santuario, perdendo esse stesse la fonte della loro rigenerazione spirituale.

Coloro che volessero ancora sostenere che una simile libertà sia conforme allo spirito della riforma liturgica del Vaticano II si scontrano con la nota affermazione conciliare che afferma: Regolare la sacra liturgia compete unicamente all’autorità della Chiesa… di conseguenza assolutamente nessun altro, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica (SC 22).

  1. Lo scambio e la confusione degli ambienti: chiesa, oratorio, sagrato, teatro, piazza…

Non solo nelle nostre umili chiese parrocchiali, ma anche nelle cattedrali e in importanti basiliche, si tende ad ospitare ogni genere di manifestazioni che, pur conservando una certa relazione al sacro, non sono tuttavia atti propriamente di culto, ma piuttosto di natura culturale, artistico e folcloristico.

Ciò si verifica quando nelle chiese si tengono concerti, recitals, drammatizzazioni, conferenze, tavole rotonde, congressi, ecc. Sembra ormai questa una scelta ritenuta opportuna, anzi un segno di apertura mentale, di incontro culturale, di accoglienza dei lontani e disponibilità degli ambienti ecclesiastici.

La chiesa in questo modo non è più il luogo del silenzio, della preghiera e della meditazione, ma quella sala sociale dove succede di tutto. Per di più è diventata un’abitudine che nel luogo sacro si passi dai convenevoli iniziali al silenzio, limitato strettamente al tempo della celebrazione e subito rotto con immediatezza al termine di essa, sciogliendosi talvolta in un clima chiassoso da piazza.

Importanti valori vengono così oscurati, come il senso del sacro, l’orientamento a Dio, il clima dell’orazione, la dimensione personale della preghiera nel silenzio e nel raccoglimento.

In questa situazione che senso può aver avuto corredare le nostre parrocchie di importanti strutture pastorali: teatri, auditorium, oratori, sale di riunione e di catechesi, ambienti ricreativi, cortili, sagrati, ecc.? La tradizione della Chiesa, infatti, conosce nelle strutture ecclesiali diversi ambiti che proteggono l’ambiente liturgico e dispongono in modo distinto e conveniente i luoghi delle altre attività ecclesiali. Chiesa e struttura pastorale è un binomio necessario, che deve mantenere rigorosamente la distinzione e al contempo l’intrinseco legame.

Ci sono anche coloro che concepiscono la chiesa non tanto come casa di Dio nella quale Egli stesso è presente e convoca il suo popolo per il culto, ma come casa del popolo di Dio, luogo in cui la comunità si esprime in ogni sua manifestazione.

Ma quale potrà essere allora il significato della Dedicazione del tempio, come luogo santo, esclusivo per la liturgia e la conservazione e adorazione del SS. Sacramento?

È chiaro che coloro che crescono in una tale impostazione non comprenderanno assolutamente il senso dell’orientamento a Dio e la tipicità della preghiera e della sua più alta espressione, la liturgia. Essi non potranno far altro che incontrare sempre e solo ciò che ‘noi facciamo’ nella continua creatività e mutevolezza, senza poter accedere a ciò che Dio opera nel silenzio e nella sobrietà del suo mistero.

  1. L ‘eccessiva accentuazione umanitaria del rito: rivolti solo all’assemblea con uno sguardo esclusivamente orizzontale

Anche il modo concreto di celebrare rivela quasi una ormai spontanea impostazione sociologica in ogni elemento rituale: la processione introitale soprattutto in certe celebrazioni solenni tende ad essere un passaggio tra la gente e un reciproco salutarsi anziché un incedere sacro del sacerdote che guarda all’altare e orienta ad esso lo sguardo di tutti i fedeli; i riti introitali sembrano ormai impiegati unicamente a ‘fare comunità’ e, dopo eccessivi discorsi di saluto e di accoglienza, gli elementi cultuali di accesso alla divina Maestà (come l’atto penitenziale) sono come travolti da un fiume esorbitante di parole e perdono totalmente la loro forza: ciò che emerge è il socializzare più che l’adorare. La liturgia della Parola è pure piegata ad un criterio antropologico sociologico che sconfina spesso in una espressione tipica della drammatizzazione e dello spettacolo; la sacralità dei riti che circondano l’ambone e l’evangeliario decade lasciando il posto di una comune comunicazione priva di respiro soprannaturale che non richiama l’incontro cultuale con il Signore presente che parla al suo popolo; l ‘omelia diventa un intrattenimento dialogico e di dibattito almeno con i bambini; la preghiera dei fedeli raccoglie senza regola un insieme di espressioni sentimentali e spontaneistici con contenuti ripetitivi e attenti solo ad una cronaca giornalistica e locale; la processione offertoriale in certe occasioni si riduce ad un agglomerato di amenità portando presso l’altare qualsiasi cosa in un clima ormai totale di solidarietà filantropica senza alcun alito di offerta interiore in unione al sacrificio di Cristo; la liturgia eucaristica scorre via veloce senza quella sacralità che le è conforme e la sua dimensione ascendente sembra estinta in nome di una totale versione conviviale; i riti di congedo in analogia a quelli iniziali riprendono quello scambio di comunicazioni e quella libertà dell’incontro vicendevole che tanto assecondano la mentalità antropologica e tutto si risolve in un comune incontro umanitario, nel quale tuttavia sembra che il soprannaturale e il sacramento non abbiano più quel peso e quell’efficacia di grazia che dovrebbero emergere sovrani in una vera e autentica celebrazione della sacra liturgia. Infatti, tutti si trovano a loro agio al di là di quel indispensabile verifica che dovrebbe discernere in ognuno, il credente dal non credente, la vita di grazia dalla vita nel peccato, il senso dell’eterno e della sua maestà e la visione terrenista, agnostica ed atea. Tale effetto non può essere certo scambiato per l’unità, la pace, la concordia, l’universalità e l’accoglienza richiesti dal Signore. Questa altissima meta in realtà passa attraverso il pentimento e la conversione che possono insorgere unicamente se i santi misteri sono celebrati nelle condizioni di fedeltà e di dignità che il Signore stesso ha stabilito e la sua Chiesa ha sempre richiesto.

Conclusione

Con tale prassi, assai diffusa, anzi considerata espressione di vivacità e di aggiornamento non è più possibile intravvedere un’educazione al senso del sacro, né parlare di orientamento ad Deum. Infatti ogni cosa è rivolta al mondo e ogni attenzione è riservata alla gente. Il conversare e il relazionarsi reciproco è prevalente e talvolta esclusivo. Di questo passo i fedeli che esprimessero ancora un desiderio di pietà e di intimità riflessiva ed adorante dovranno cercarlo fuori della liturgia diventata la celebrazione del nostro stare insieme, delle nostre feste e delle nostre attività. Il senso stesso di Dio e della sua misteriosa presenza svanisce. La presenza reale della SS. Eucaristia è del tutto ignorata e la stessa comunione diventa un rito simbolico e globale di tutti i presenti senza alcun discernimento. Ma quale potrà essere la formazione spirituale dei bambini e giovani che ancora frequentano, condizionati da simili liturgie e quali impressioni simili esperienze potranno lasciare nella loro anima, qualora non trovassero più alcuna differenza tra la chiesa e il mondo, tra la piazza e la casa di Dio, tra il linguaggio corrente e quello dell’azione sacra?

“Non sembra che questo costume sia un progresso, non contribuendo assolutamente a una pastorale di qualità. Perciò occorrono dei seri correttivi, distinguendo gli ambienti (chiesa, sagrato, oratorio, teatro), definendo i confini delle diverse azioni ecclesiali (liturgia, spettacolo, socializzazione, folclore, ecc.). È inevitabile che ciò richieda maggior impegno e preparazione, tuttavia potrà garantire il frutto di una più sicura maturazione, di una più nobile celebrazione e di una più degna testimonianza” (Finotti E., Vaticano II 50 anni dopo, Fede&Cultura 2011, p. 341).

Il Signore però non abbandona la sua Chiesa ed è consolante che molti giovani, laici e sacerdoti, stiano riscoprendo il senso vero e sacro della liturgia e abbiano una spiccata e vigile attenzione ai veri fondamenti di una celebrazione liturgica secondo il cuore di Cristo nella perenne tradizione della Chiesa. Ad essi il nostro sursum corda per la nobile e grata missione di un autentico ritorno a Dio nel senso più profondo del conversi ad Dominum.

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