Perché il latino

Silvia Stucchi in Studi Cattolici 657 – novembre 2015 (pagg. 796-798):

Perché studiare il latino? D’istinto, mi verrebbe da rispondere: e perché non studiarlo? Negli scorsi anni, l’insegnamento delle lingue classiche è stato sottoposto a una serie di attacchi e di feroci critiche che, unitamente al quadro orario ridotto uscito dalla Riforma, hanno causato quello che ora è sotto gli occhi di tutti: il Liceo Classico, una scuola di cui l’Italia dovrebbe essere fiera – al confronto con la situazione dei Licei del resto dell’Europa – e che dovrebbe essere sentita come patrimonio nazionale, è precipitato in una crisi che sembra irreversibile: la scarsità di iscritti (specialmente nel Nord, dove è sentito come un indirizzo di studi poco «professionalizzante», che, nella vulgata, prepara poco alle facoltà tecnico-scientifiche) sembra senza sbocco, almeno in tempi brevi, anche per il quadro orario fortemente penalizzato, depurato da tutte le sperimentazioni che, potenziando la matematica e le scienze, come il PNI, avevano reso questo indirizzo di studi assolutamente completo e rigoroso: serviranno anni, e un intervento intelligente sulla promozione, il dialogo con le famiglie e i programmi, per risollevare questa situazione. Ma la crisi del latino si vede anche, nettissima, dal successo degli indirizzi liceali che non ne prevedono lo studio, il Liceo Scientifico delle Scienze Applicate e il liceo delle Scienze Umane nell’opzione Giuridico-Economica.
Ma quello attuale non è che il colpo finale d’una manovra che affonda le radici molto indietro nel tempo. Nel 1962, infatti, fu varata una delle grandi svolte del sistema scolastico italiano, la Scuola Media Unica. In precedenza, la scuola media, con il latino, dava accesso all’istruzione liceale (e quindi all’istruzione universitaria: non dimentichiamo che solo il diploma di liceo classico dava diritto d’accesso a tutte le facoltà universitarie), mentre il così detto «Avviamento» – senza latino – dava accesso all’istruzione Tecnica, a conclusione della quale non era possibile però iscriversi a tutte le facoltà.
In merito al problema se la Scuola Media Unica dovesse prevedere o no lo studio del latino così si esprimeva Pasolini: «Pur con molte incertezze, se io dovessi dare il mio voto sull’insegnamento del latino nelle medie, sarei per il sì. Sarei per il sì, ma evidentemente, in previsione di una riforma radicale della scuola. Perché, stando così le cose, il latino che si insegna a scuola è un’offesa alla tradizione. È il latino del perbenismo piccolo-borghese, accademico: criminale, insomma. Sotto tutta la televisione, atrocemente aleggiante, c’è, questo latino: piccolo, miserabile privilegio di cultura. Ma la colpa non è del latino. La colpa è della storia, che si insegna nelle scuole, o della letteratura, che si insegna nelle scuole, o della scienza, che si insegna nelle scuole. […] Guardi cos’ha fatto di Roma la speculazione edilizia, ossia la classe dirigente che sa il latino e che esalta il passato (un nobile romano recentemente ha dichiarato: io non leggo gli autori moderni, io leggo Dante!). […] Ora io sento un profondo senso d’ira contro l’azione sacrilega, nei confronti del passato, cioè della nostra storia, della classe dirigente tradizionalista e cinica. Difenderei il latino, con ira, contro la sua difesa bugiarda. Dobbiamo conoscere e amare il nostro passato, contro la ferocia speculativa del nuovo capitalismo, che non ama nulla, non rispetta nulla, non conosce nulla. Il povero latino delle medie è un primo, minimo mezzo di conoscenza di quella nostra storia […]. È perciò, secondo me, un errore voler abolire l’insegnamento del latino: un errore come ogni tattica. Lo scacchiere della lotta è immenso e complesso: il latino è solo apparentemente un’arma del nemico».
Pur se dal suo punto di vista particolare, peculiare, parzialissimo, con cui possiamo o non possiamo concordare, è chiaro come le ragioni del perché bisogna studiare latino siano evidenti: la conoscenza del nostro passato, di eredi di una delle più lunghe tradizioni storiche è imprescindibile; se non studiano latino gli italiani, chi altro mai lo dovrebbe studiare? E, in subordine, sembrano riecheggiare le osservazioni di uno dei grandi padri costituenti, Pietro Calamandrei, secondo il quale la minorità di accesso ai gradi superiori dell’istruzione e della cultura si traduce, inevitabilmente, in minorità di accesso alle istituzioni e alle pratiche di cittadinanza attiva e consapevole.
L’attuale crisi del liceo classico è, certo, anche crisi del greco – la cui conoscenza presso sarà paragonabile a quella del sanscrito – ma, soprattutto, del latino, imputato in prima fila, e accusato, dai tempi del Latinorum di don Abbondio e anche prima, come emblema di una scuola classista, poi di un insegnamento nozionistico e mnemonico (qualsiasi liceale sensato, per non chiamare in causa chi il latino lo insegna, potrebbe ridere con ragione di questa diceria, qualificandola come «leggenda metropolitana»: lo studio del latino non richiede meno ragionamento logico della matematica, eppure nessuno accuserà mai la matematica di essere materia nozionistica e mnemonica); infine, negli ultimi anni, l’accusa mossa al latino è quella di richiedere uno sforzo arduo e ingiustificato, perché materia arida, teorica, svincolata dall’utilità pratica e dalle necessità di una società complessa, tecnologica, in continuo divenire. Niente di più falso.
Così, da latinista, sempre più, quando mi si chiede: «Ma a che cosa serve studiare latino?» (Chissà perché, sia detto en passant, nessuno si sogna mai di chiedere con altrettanto scetticismo a che cosa serva studiare, che so, filosofia o storia dell’arte), mi sorge spontanea la risposta: «A niente, fortunatamente! e quindi serve a tutto». O, meglio, come rispondeva provocatorio il mio professore di latino e greco, il mitico professor Borghi, a noi liceali dubbiose: «Aver studiato latino ti servirà moltissimo quando sarai in attesa in fila all’ospedale, quando sarai imbottigliata in un ingorgo in autostrada, quando dovrai sbrogliare una situazione sgradevole e difficile con pazienza e attenzione». Sembrava, appunto, una risposta dettata da gusto del paradosso, ma non lo è. Studiare latino, è vero, non dà nessuna competenza spendibile nell’immediato, nel mitico, mitizzato, sempre evocato «mondo del lavoro». E nemmeno è utile, come poteva accadere nell’Europa medievale, per scrivere in latino, perché la lingua delle comunicazioni scientifiche internazionali è ormai l’inglese. Il latino non si studia per scriverlo né per parlarlo… e allora, perché?
In primo luogo, è innegabile la superiorità dell’educazione linguistica fornita dal latino: chi l’ha studiato con criterio si riconosce subito, da come utilizza la sua lingua materna, dalla scelta attenta e accurata del lessico, dal periodare attento e dall’uso preciso dei nessi di subordinazione, e della concatenazione dei tempi verbali.
Inoltre, non è proprio possibile capire gran parte, anzi, alcunché della letteratura italiana, dalle origini sino all’inizio del XIX secolo, senza conoscere la lingua e la letteratura latina. Come può capire Dante, Petrarca, Boccaccio, Machiavelli, Parini, Foscolo e Leopardi chi non capisce il loro lessico e la loro lingua, intrisi di latino, il loro pensiero, compenetrato di classicismo, plasmato dalla lettura e dalla riflessione di Omero, Virgilio, Livio, Orazio, Tacito? E non dimentichiamo che per tutti i primi secoli del suo sviluppo la letteratura italiana è bilingue, perché i suoi autori alternano italiano e latino (in verità, la letteratura italiana delle origini è trilingue, visto che c’è anche il provenzale).
Ma ipotizziamo che una persona non abbia (poveretta!) il minimo interesse per la letteratura: non per questo dovrebbe tralasciare lo studio del latino. Infatti, prendiamo come esempio l’esercizio più temuto, quello che lascia sul campo morti e feriti: la versione, ovvero la proposta di un brano sconosciuto, da analizzare, smontare, comprendere e, infine, tradurre, il che, non solo, è l’operazione culturalmente più sofisticata e complessa immaginabile, ma è anche il banco di prova di una serie di operazioni che devono portare il solutore dall’ignoto (il brano latino, sconosciuto) al noto (la sua riformulazione nella lingua di arrivo). Ciò implica il frazionamento del macroproblema, complesso (il brano nella sua interezza) in sottoproblemi (i singoli periodi): per ciascuno bisogna analizzare le criticità, formulare ipotesi, verificare la loro coerenza, nel caso si riscontrino errori correggerli, riformulare l’ipotesi e verificarla. Tale sequenza rappresenta perfettamente la procedura del problem solving, necessaria anche per problemi di materie scientifiche e matematiche. Ma per l’esercizio di traduzione dal latino si chiama in causa qualcosa di più: i periodi tradotti vanno legati tra loro, il lessico va adeguato al registro comunicativo, al genere letterario cui appartiene il brano proposto. In altre parole, rispetto alla procedura standard del problem solving, l’esercizio della versione implica qualcosa di più: la sensibilità linguistica, la capacità comunicativa, la sintesi e, non esitiamo a usare queste parole, il buongusto e l’eleganza nell’esprimersi. Tutte competenze che, sicuramente, nella società complessa e della comunicazione qual è la nostra, non sono da sottovalutarsi.
Ma non c’è solo il latino come palestra della logica, dello sviluppo delle procedure del problem solving, come strumento di conoscenza della storia e del patrimonio culturale del nostro Paese: il latino (insieme con il greco, beninteso) sono strumenti essenziali per veicolare quei capisaldi dell’identità dell’uomo, non solo occidentale, che indichiamo sommativamente con il termine humanitas. Ma anche questo tesoro di valori ora è minacciato, e non tutti possono fruirne, e spesso non si rendono nemmeno conto di quanto perderebbero. Come scrisse un grandissimo umanista, Giuseppe Billanovich, nella pagine iniziali della Premessa di un classico, Copisti e filologi, di L. D. Reynolds e Nigel G. Wilson (Padova 1974): «La cultura occidentale è sottoposta a cambi rapidi e violenti come non fu mai. Una delle conversioni che più possono impressionare gli spiriti attenti è il diminuire precipitoso della conoscenza delle lingue classiche: dal livello massimo dello specialista a quello minimo dello studente liceale. Prima rinunziò a insegnare in latino il professore e poi a rogare in latino il notaio; e ora finalmente anche la più vasta e la più concorde delle Chiese cristiane, la Chiesa cattolica romana, prega non più con un’unica voce in latino, ma nei cori delle lingue nazionali. Cessa del tutto la retorica del latino; e sola sopravvive la filologia. Insieme calano nella società in cui viviamo la stima e l’affetto per la cultura classica! […] Non vale ripiegarsi sul muro del pianto: fata volentes ducunt, nolentes trahunt. Certo chi ha fiducia nella stirpe umana ama credere che sempre creature fortunate e generose – molte o poche – leggeranno nel testo originale Omero, Sofocle e Platone, Virgilio, Seneca e Tacito, i Vangeli e sant’Agostino. Ma ogni giorno nell’autobus che a New York mi portava da uptown a downtown vedevo stringermi attorno tante facce d’ogni colore che pensavo che o noi eredi della civiltà occidentale riusciremo entro qualche decennio a proporre come tuttora validi i valori intimi della cultura classica – letteratura, filosofia, arte – ai cinesi, agli indiani, agli africani, agli uomini di altra origine e tradizione che sono diventati e sempre più diventeranno partecipi della nostra vita, o quella cultura si ridurrà a un fossile: non più governata da pastori di molte anime, ma solo sorvegliata da pii necrofori nelle biblioteche e nei musei».
Stanti tutte queste considerazioni, perché privarsi del privilegio enorme di studiare il latino?

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