Marshall McLuhan on Latin in the liturgy

Latin wasn’t the victim of Vatican II; it was done in by introducing the microphone. A lot of people, the Church hierarchy included, have been lamenting the disappearance of Latin without understanding that it was the result of introducing a piece of technology that they accepted so enthusiastically. Latin is a very ‘cool’ language, in which whispers and murmurs play an important role. A microphone, however, makes an indistinct mumble intolerable; it accentuates and intensifies the sounds of Latin to the point where it loses all of its power. But Latin wasn’t the mike’s only victim. It also made vehement preaching unbearable. For a public that finds itself immersed in a completely acoustic situation thanks to electric amplification, hi-fi speakers bring the preacher’s voice from several directions at once. So the structure of our churches were obsolesced by multi-directional amplification. The multiple speakers simply bypassed the traditional distance between preacher and audience. The two were suddenly in immediate relation with each other, which compelled the priest to face the congregation.

(Marshall McLuhan, The Medium and the Light: Reflection on Religion, p. 143-144)

Latin – László Dobszay

The primary argument for celebration in Latin in the classical Roman Rite is liturgical law itself. The law today stipulates the use of Latin for the celebration of the Roman Mass and for the recitation of the Divine Office according to the 1962 books.
The second argument is consideration for the express will of the Council. In spite of the few concessions given to the vernacular, it declares that the language of the Roman Rite remains Latin.
The third argument is that of preservation of uniformity in the Church. Fifty years ago a Catholic entering a Catholic church in any part of the word could feel at home because the Latin liturgy he found there was identical to that experienced in his own country. Latin manifests that the liturgy is the worship of the whole Church and not merely of particular or local communities. Though a great part of the congregation does not necessarily understand it, the validity and efficacy of the liturgy does not depend on this understanding; and the faithful are able to reap the fruits of what is offered by the priest.
The fourth argument is that the Latin creates, as it were, a protective veil by linguistic means around these most holy mysteries. This supposedly ‘dead’ language, unknown to most people and far from everyday parlance, has the capacity to inspire a deeper respect for the mystical reality of the liturgy than their everyday language.
I think that the most convincing argument is actually a fifth one: the treasures of the Roman liturgy came into being in this language. Latin is the home of the classical Roman rite. This is the only language, precisely because it is a ‘dead’ language, that preserves perfectly and enduringly the content of the liturgy in its unchanged and unchangeable meaning. In fact, no equivalent translation can really be made of those texts which are most typically Roman. Nevertheless, the liturgy speaks not only to those present; it pervades the whole life of the Church through multiple channels, through theology, catechesis, the spiritual life and so on. It is of crucial importance that the texts, with their exact meaning and strict formulation, should be found not only in the liturgical books but also in the living reality of ecclesiastical life, and in its actual voice.

(László Dobszay, The Restoration and Organic Development of the Roman Rite, p. 79)

7 Ideen für eine würdige heilige Messe / 7 idee per una santa Messa degna

Priester und Gläubige sind (liturgisch) nach Osten ausgerichtet. Die Liturgiereform nach dem Zweiten Vatikanischen Konzil schreibt nicht vor, dass der Priester der Gemeinde gegenüber stehen muss. Dieser Schritt würde mehr als alle anderen dazu beitragen, die Gläubigen und die Priester die richtige innere Haltung einnehmen zu lassen.

The mass being said ad orientem means that the priest and the faithful face the same direction, (liturgical) east. Many people think that Vatican II or the Novus Ordo requires the priest to face the people. This is simply not true. In fact, the rubrics of the new mass anticipates that the mass be said ad orientem and instructs the priest when he should face the people.

Artikel auf Deutsch hier.

English original here.

Bedeutung des Latein für die Kirche / Significato del latino per la Chiesa

Eines ist unbestreitbar: Die Väter des Zweiten Vatikanischen Konzils haben an der lateinischen Sakralsprache festgehalten: „Der Gebrauch der lateinischen Sprache“, so liest man in der Liturgiekonstitution Sacrosanctum Concilium unzweideutig, „soll in den katholischen Riten erhalten bleiben …“ (Nr. 36 § 1).

Dabei wurde aus pastoralen Nützlichkeitserwägungen dem Gebrauch der Muttersprache ein weiterer Raum als bisher zugebilligt, vor allem in den Lesungen und in einigen Orationen und Gesängen (Nr. 36 § 2). Abgeschafft hat das Konzil das Latein also nicht. Wer die Messe darum auf Latein feiert, braucht sich nicht zu rechtfertigen.

Er tut nichts anders, als was das Konzil gefordert hat. Der Wortlaut des Konzilstextes spricht sogar deutlich für eine Bevorzugung der lateinischen Sprache als Kultsprache gegenüber der Volkssprache. Zu sehr waren die Väter des Konzils von der Bedeutung des Lateins für die Kirche und ihren Kult überzeugt, als dass sie sie, die zudem unsere abendländische Kultur mitgeprägt hat und ohne die Europa undenkbar ist, aufgeben wollten.

Artikel hier.

 

Il latino nella liturgia

Chi legge con attenzione e competenza i testi conciliari a riguardo del latino e del canto gregoriano noterà forse con sorpresa che si tratta di affermazioni precise e sicure quali attestazioni di un comune sentire nella Chiesa. L’uso della lingua latina costituisce la norma nella liturgia (SC 36) e con altrettanta determinazione si aprono prospettive più larghe nell’uso delle lingue volgari (SC 54). Anche il primato del canto gregoriano è proclamato con decisione, pur ammettendo, alle condizioni stabilite, il canto popolare religioso (SC 116). Il linguaggio impiegato dai Padri e la fermezza degli asserti non rivelano il disagio e la fatica proprie di altre espressioni, frutto di dibattito e quindi con formulazioni di compromesso.

Articolo completo qui.

Il latino vincolo di unità fra popoli e culture

L’unità culturale e politica del mondo mediterraneo fu un fattore provvidenziale nella diffusione della fede cristiana. In particolare, la diffusione della lingua greca nei centri urbani dell’Impero Romano favorì l’annuncio del Vangelo. Il greco parlato a Oriente e Occidente non era l’idioma classico, bensì la koiné semplificata, il linguaggio comune delle varie nazioni della parte orientale del mondo mediterraneo: Grecia, Asia Minore, Siria, Palestina ed Egitto.
La koiné greca era anche la lingua del proletariato urbano in Occidente che vi era emigrato dai territori orientali dell’Impero. Roma era divenuta una città multi-etnica e multi-culturale. In essa viveva anche una consistente popolazione ebraica, che sembra parlasse principalmente il greco. La lingua delle prime comunità cristiane a Roma era il greco. Ciò risulta evidente dalla Lettera ai Romani di Paolo e dalle prime opere letterarie cristiane che videro la luce a Roma, per esempio la Prima Lettera di Clemente, il Pastore di Erma e gli scritti di Giustino.
Nei primi due secoli si avvicendarono parecchi papi con nomi greci e le iscrizioni tombali cristiane erano composte in greco. Durante questo periodo, greca era anche la lingua comune della liturgia romana.
Lo spostamento verso il latino non cominciò a Roma, ma nell’Africa settentrionale, dove i convertiti al cristianesimo erano in maggioranza nativi di lingua madre latina piuttosto che immigrati greco parlanti. Verso la metà del terzo secolo questa transizione era molto avanzata: membri del clero romano scrivevano a Cipriano di Cartagine in latino; latina era anche la lingua in cui Novaziano compose il suo De trinitate e altre opere, citando una versione latina esistente della Bibbia. Nessun riferimento si fa qui alla cosiddetta Traditio Apostolica, attribuita a Ippolito da Roma, a causa dell’incertezza sulla data, sull’origine e sul vero autore.
Sembrerebbe che nella seconda metà del terzo secolo il flusso immigratorio dall’Oriente verso Roma diminuisse. Questo cambio demografico comportò un peso crescente dei nativi latino parlanti nella vita della Chiesa di Roma. Ciò nonostante il greco continuò ad essere usato nella liturgia romana, almeno a un certo livello, fino alla seconda metà del IV secolo; questo si evince da una citazione greca della preghiera eucaristica nell’autore latino Mario Vittorino, risalente al 360.
Intorno a quell’epoca, comunque, la transizione al latino era in fase molto avanzata; ciò risulta molto evidente da un autore altrimenti sconosciuto che scrive fra il 374 e il 382, il quale sostiene che la preghiera eucaristica a Roma si riferisce a Melchisedek come summus sacerdos – un titolo che ci suona familiare dal più tardo Canone della messa.

La più importante risorsa per la storia della prima liturgia latina è Ambrogio di Milano. Nel suo De sacramentis, una serie di catechesi per i neo battezzati tenute intorno al 390, egli cita estesamente la preghiera eucaristica usata a quell’epoca a Milano. I passaggi citati sono le forme più antiche delle preghiere Quam oblationem, Qui pridie, Unde et memores, Supra quae, e Supplices te rogamus del Canone Romano. Altrove, nel De sacramentis, Ambrogio sottolinea il suo desiderio di seguire l’uso della Chiesa romana in tutto; per questa ragione, possiamo ritenere con certezza che questa preghiera eucaristica fosse di origine romana. Anche nei sermoni di Zeno, vescovo di Verona dal 362 al 372, ci sono tracce che attestano la diffusione geografica di questa forma originaria del Canone Romano.

La formulazione letterale delle preghiere citate da Ambrogio non è sempre identica al Canone che Gregorio Magno promulgò alla fine del VI secolo ed è giunto fino a noi con poche modifiche di scarso rilievo rispetto ai libri liturgici più antichi, specialmente il vecchio Sacramentario Gelasiano, risalente alla metà dell’VIII secolo, ma ritenuto eco di usi liturgici più antichi.
In ogni caso le differenze fra questi due testi sono di gran lunga inferiori alle loro somiglianze, dato che i quasi trecento anni intercorrenti fra di essi furono un periodo di intenso sviluppo liturgico.

Il passaggio dal greco al latino nella liturgia romana avvenne gradualmente e fu completato sotto il pontificato di Damaso I (366-384). Da allora in poi la liturgia a Roma fu celebrata in latino, con l’eccezione di poche reminiscenze dell’uso più antico, come il Kyrie eleison nell’Ordo e le letture in greco nella messa papale.

Stando a Ottato di Milevi, che scrive intorno al 360, c’erano più di quaranta chiese a Roma prima dell’editto di Costantino. Se questa informazione è vera, sarebbe ragionevole opinare che ci fossero comunità latino parlanti nel III secolo, se non prima, che celebravano la liturgia in latino, in particolare la lettura della Sacra Scrittura.
I Salmi erano stati cantati in latino sin dalle origini e l’antica versione usata nella liturgia aveva acquisito una tale aura di sacralità che Girolamo la corresse soltanto con molta cautela. In seguito egli tradusse il Salterio dall’ebraico non per uso liturgico, come disse, ma per fornire un testo agli studiosi e al dibattito. Christine Mohrmann suggerisce che la liturgia battesimale fosse tradotta in latino sin dal II secolo. Nessuna certezza si può avere su questi punti, ma è chiaro che ci fu un periodo di transizione e che esso fu lungo.
Mohrmann introduce una distinzione utile fra, primo, “testi di preghiera”, dove la lingua è soprattutto un mezzo di espressione, secondo, testi “destinati a essere letti, l’Epistola e il Vangelo”, e, terzo, “testi confessionali”, come il credo. Nei testi di preghiera ci troviamo di fronte a modi di esprimersi; negli altri primariamente a forme di comunicazione.
Recenti ricerche su lingua e rito, come l’opera di Catherine Bell, confermano l’intuizione di Mohrmann che la lingua ha differenti funzioni in differenti parti della liturgia, che vanno oltre la mera comunicazione o informazione. Queste riflessioni teoretiche ci aiutano a capire lo sviluppo della prima liturgia romana: quelle parti in cui gli elementi di comunicazione erano prevalenti, come la lettura delle Scritture, furono tradotte prima, mentre la preghiera eucaristica continuò ad essere recitata in greco per un periodo molto più lungo.
La “sociolinguistica” – una disciplina accademica relativamente nuova – ci mette in guardia sul fatto che la scelta di una lingua rispetto a un’altra non è mai questione neutrale o trasparente. Di conseguenza è importante considerare il cambio dal greco al latino nella liturgia romana nei suoi contesti storici, sociali e culturali.

Gli storici dell’antichità hanno indicato che la formazione di lingua latina liturgica fece parte di uno sforzo a largo raggio di cristianizzazione della cultura e della civiltà romana.

Nella seconda metà del IV secolo i vescovi più influenti in Italia, soprattutto Damaso a Roma e Ambrogio a Milano, erano impegnati a cristianizzare la cultura dominante dei loro giorni. Nella città di Roma c’era una forte presenza pagana e specialmente l’aristocrazia continuava ad aderire ai vecchi costumi, anche se nominalmente erano divenuti cristiani. Roma non era più il centro del potere politico, ma la sua cultura continuava ad avere radici nella mentalità delle sue elites.
Il IV secolo è ora considerato un periodo di rinascimento letterario, con un rinnovato interesse per i “classici” della poesia e della prosa romane. Gli imperatori del IV secolo coltivarono questa Latinitas, e ci fu una riscoperta del latino anche ad Oriente. Con tenacia caratteristica, Roma mantenne le sue antiche tradizioni.
In relazione a ciò, i papi del tardo IV secolo promossero un progetto consapevole e comprensivo di appropriazione dei simboli della civiltà romana da parte della fede cristiana. Parte di questo tentativo fu l’appropriazione di spazio pubblico tramite impegnativi progetti edilizi. Dopo che gli Imperatori della dinastia di Costantino avevano dato il via con le monumentali basiliche del Laterano e San Pietro, come pure con le basiliche dei cimiteri fuori delle mura urbane, i papi continuarono questo programma edilizio che avrebbe trasformato Roma in una città dominata da chiese.
Il progetto più prestigioso fu la costruzione di una nuova basilica dedicata a San Paolo sulla Via Ostiense, sostituendo il piccolo edificio costantiniano con una nuova chiesa simile per dimensioni a San Pietro. Un altro aspetto importante fu l’appropriazione del tempo pubblico con un ciclo di feste cristiane lungo il corso dell’anno al posto delle celebrazioni pagane (vedi il calendario Filocaliano dell’anno 354). La formazione del latino liturgico fece parte di questo sforzo omnicomprensivo di evangelizzare la cultura classica.
Christine Mohrmann ravvisa in essa il fortuito combinarsi di un rinnovamento della lingua, ispirato dalla novità della rivelazione, e di un tradizionalismo stilistico fermamente radicato nel mondo romano. Il latino liturgico ha la gravitas romana ed evita l’esuberanza dello stile di preghiera dell’Oriente cristiano, che si ritrova anche nella tradizione gallicana. Questa non fu un’adozione della lingua “vernacola” nella liturgia, dato che il latino del Canone Romano, delle collette e dei prefazi della messa, fu rimosso dall’idioma della gente comune. Essa era una lingua fortemente stilizzata che difficilmente avrebbe capito un cristiano medio di Roma della tarda antichità, considerato specialmente che il livello di istruzione era molto basso rispetto ai nostri tempi. Inoltre lo sviluppo della Latinitas cristiana può avere reso la liturgia più accessibile alla gente di Milano o Roma, ma non necessariamente a coloro la cui lingua madre era il gotico, il celtico, l’iberico o il punico.
È possibile immaginare una Chiesa occidentale con lingue locali nella sua liturgia, come in Oriente, dove, in aggiunta al greco, erano usati il siriano, il copto, l’armeno, il georgiano e l’etiope.

Ad ogni modo la situazione in Occidente era fondamentalmente differente; la forza unificatrice del papato era tale che il latino divenne l’unica lingua liturgica. Questo fu un fattore importante per favorire la coesione ecclesiastica, culturale e politica.

Il latino liturgico fu sin dai primordi una lingua sacra separata dalla lingua del popolo; tuttavia la distanza divenne maggiore con lo sviluppo delle culture e delle lingue nazionali in Europa, per non menzionare i territori di missione.
“La prima opposizione al latino liturgico – ha scritto Christine Mohrmann – coincise con la fine del latino medievale come “seconda lingua viva”, che fu rimpiazzato da una lingua veramente “morta”, il latino degli umanisti. E l’opposizione dei nostri giorni al latino liturgico ha qualcosa a che fare con l’indebolimento dello studio del latino – e con la tendenza al “secolarismo”” (“The Ever-Recurring Problem of Language in the Church“, in Études sur le latin des chrétiens, IV, Roma, 1977).
Il Concilio Vaticano II volle risolvere la questione estendendo l’uso del vernacolo nella liturgia, soprattutto nelle letture (Costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, art. 36, n. 2).

Allo stesso tempo, esso sottolineò che “l’uso della lingua latina … sia conservato nei riti latini” (Sacrosanctum Concilium, art. 36, n. 1; cfr anche art. 54). I Padri conciliari non immaginavano che la lingua sacra della Chiesa occidentale sarebbe stata rimpiazzata dal vernacolo.

La frammentazione linguistica del culto cattolico nel periodo post-conciliare si è spinta così oltre che la maggioranza dei fedeli oggi può a stento recitare un Pater noster insieme agli altri, come si può notare nelle riunioni internazionali a Roma o a Lourdes.

In un’epoca contrassegnata da grande mobilità e globalizzazione, una lingua liturgica comune potrebbe servire come vincolo di unità fra popoli e culture, a parte il fatto che la liturgia latina è un tesoro spirituale unico che ha alimentato la vita della Chiesa per molti secoli. Infine, è necessario preservare il carattere sacro della lingua liturgica nella traduzione vernacola, come fa notare l’istruzione della Santa Sede Liturgiam authenticam del 2001.

Uwe Michael Lang (©L’Osservatore Romano – 15 novembre 2007)

S. Messe cantate in latino a Vienna

Nella chiesa dei santi Rocco e Sebastiano a Vienna (Landstraßer Hauptstraße 54-56, 1030 Wien) ogni domenica alle 11 si celebra la s. Messa (novus ordo) cantata in latino, ad orientem.

Qui il programma.

Nella stessa chiesa, ogni giorno si celebra la s. Messa (novus ordo) in latino alle 7. Qui l’orario completo.

Preparare ed educare

Chiedo che i futuri sacerdoti, fin dal tempo del seminario, siano preparati a comprendere e a celebrare la santa Messa in latino, nonché a utilizzare testi latini e a eseguire il canto gregoriano; non si trascuri la possibilità che gli stessi fedeli siano educati a conoscere le più comuni preghiere in latino, come anche a cantare in gregoriano certe parti della liturgia. (Benedetto XVI, Esortazione Apostolica Postsinodale Sacramentum Caritatis 62)

I ask that future priests, from their time in the seminary, receive the preparation needed to understand and to celebrate Mass in Latin, and also to use Latin texts and execute Gregorian chant; nor should we forget that the faithful can be taught to recite the more common prayers in Latin, and also to sing parts of the liturgy to Gregorian chant. (Benedict XVI, Post-Synodal Apostolic Exhortation Sacramentum Caritatis 62)

Pido que los futuros sacerdotes, desde el tiempo del seminario, se preparen para comprender y celebrar la santa Misa en latín, además de utilizar textos latinos y cantar en gregoriano; y se ha de procurar que los mismos fieles conozcan las oraciones más comunes en latín y que canten en gregoriano algunas partes de la liturgia. (Benedicto XVI, Exhortación Apostólica Postsinodal Sacramentum Caritatis 62)

Je demande que les futurs prêtres, dès le temps du séminaire, soient préparés à comprendre et à célébrer la Messe en latin, ainsi qu’à utiliser des textes latins et à utiliser le chant grégorien; on ne négligera pas la possibilité d’éduquer les fidèles eux-mêmes à la connaissance des prières les plus communes en latin, ainsi qu’au chant en grégorien de certaines parties de la liturgie. (Benoît XVI, Exhortation Apostolique Post-Synodale Sacramentum Caritatis 62)

St. Bonifatius – Berlin

Heilige Messe in lateinischer Sprache

“Liebe Gemeinde, aufgrund der Nachfrage und weil ich auch selbst davon überzeugt bin, dass es gut wäre, die alte Gottesdienstsprache Latein nicht ganz zu vergessen, bieten wir in Zukunft die Feier von Lateinischen Messen an. Im Wechsel zwischen unseren Standorten werden wir einmal im Monat am Sonntag die hl. Messe in lateinischer Sprache feiern. Die Gemeinde kann durch das neue Gotteslob die Messtexte mitverfolgen und findet auch die entsprechenden Antworten verzeichnet. Ich hoffe, dass dieses Angebot bei Ihnen auf Interesse stößt.

Grüße Ihr Pfarrer Cornelius”

  • 06.05. um 9.00 Uhr in der St.-Johannes-Basilika
  • 02.09. um 10.30 Uhr in der St. Bonifatius
  • 07.10. um 9.00 Uhr in der St.-Johannes-Basilika
  • 04.11. um 10.30 Uhr in der St. Bonifatius
  • 02.12. um 9.00 Uhr in der St.-Johannes-Basilika

Kath. Pfarrei St. Bonifatius
Yorckstraße 88C
10965 Berlin
Telefon: 030 7890560
Fax: 030 789056-20

Website.

“Cara comunità, data la richiesta e poiché sono anch’io convinto che sarebbe bene non dimenticare completamente l’antica lingua latina del culto, in futuro celebreremo alcune s. Messe in latino. Alternando le nostre sedi, una volta al mese di domenica verrà celebrata la s. Messa in latino. La comunità potrà seguire il rito sui testi della Messa, dove si trovano anche le risposte appropriate. Spero che questa offerta vi interessi”.